Non sono in molti a ricordare la figura e l'opera di Dino Provenzal, tra quei divulgatori che, negli anni Cinquanta, fecero della radio un punto di riferimento per tanti cittadini che sentivano come un diritto-dovere la necessità di migliorare ciò che, un tempo, veniva chiamato il "bagaglio culturale personale". Dino Provenzal, nato a Livorno nel 1877, proveniva da una famiglia di origini ebraiche. Subì le leggi razziali e venne allontanato dall'insegnamento. Fu reintegrato con la Liberazione e divenne poi preside in un istituto di Voghera, dove morì nel 1972. Provenzal deve essere inserito a giusta ragione in quella categoria di "intellettuali diffusi" che tanto hanno fatto per rendere la cultura un autentico "bene comune", in una fase particolarmente importante per la storia del nostro paese. Erano anni di Case del Popolo e di Circoli di Azione Cattolica, di speranze dopo le distruzioni della guerra e di aspre contrapposizioni politiche. Eco e Gadda curavano rubriche radiofoniche che sono rimaste nella storia, quando la cultura era ancora un'aspirazione per chi ne era escluso e i giovani avevano come modello la tenacia eroica dei calciatori-operai, personaggi omerici che evocavano impegno, sacrificio e solidarietà degni dei versi di Umberto Saba: «Il portiere caduto alla difesa ultima vana». Erano gli anni delle biblioteche popolari, dove operai e studenti, contadini e artigiani, dopo una giornata di lavoro e studio, andavano a cercare i libri che parlavano dei diseredati di Hugo e delle grandi conquiste della scienza e della tecnologia, delle teorie del pensatore di Treviri e delle vite immacolate dei santi. Quei lettori, poi, narravano ad altri dei viaggi fatti tra le parole stampate, diventando, a loro volta, divulgatori di saperi semplici, a volte ingenui, ma sempre pieni di un'umanità che cercava emancipazione e giustizia. Dino Provenzal non era un intellettuale permeabile alle mode, ai condizionamenti o ai richiami ideologici delle sirene "organiche". Era, forse, un liberale, nell'accezione più alta. Nel 1922, a seguito della querela datagli da un collega troppo dentro agli escludenti giochi della politica, era stato difeso da Piero Calamandrei e da altri studiosi con uno scritto dal titolo "Per Dino Provenzal e per la dignità della scuola". Il "professore", come amava farsi chiamare dagli amici, era convinto del fatto che la cultura non dovesse essere prigioniera delle atmosfere rarefatte e un tantino ipocrite dei «cenacoli dei dotti». Essa doveva diventare patrimonio dei più umili, «bene condiviso», anche a rischio di somigliare agli almanacchi o ai racconti dei «fulesta», i cantastorie romagnoli che portavano di villaggio in villaggio l'epopea garibaldina e le gesta dei fondatori del «socialismo umanitario». Anche a quelle modalità veicolative l'Italia deve le conquiste culturali dell'ultimo cinquantennio. In circostanze del tutto impreviste, mi è capitato tra le mani il divertente libro di Dino Provenzal dal titolo "Curiosità e capricci della lingua italiana", edito dalle edizioni Rai-Eri nel 1961. Il libro costituisce una intelligente rassegna dei vizi privati e delle pubbliche virtù degli italiani, resi attraverso le forme linguistiche più diffuse tra Ottocento e Novecento. Ne viene fuori una comunità che usa la lingua nazionale per celare le piccole e grandi astuzie che accomunano governanti e governati nella deresponsabilizzazione e nella superficialità. Eppure, senza sottrarsi alla severità tipica dei vecchi professori che amavano il loro lavoro, Provenzal descrive con tenerezza un'Italia che considera la sua unità territoriale «bene indisponibile », dalle malghe alpine alla Sicilia dei Mille. Sono consapevole che la fase storica nella quale agirono divulgatori come Dino Provenzal non potrà più tornare ed è obbligo prenderne atto. Karl Jaspers afferma che il vero tempo della libertà è il futuro, perché ci consente di progettarlo. Perciò, quando sento parlare a sproposito di "beni comuni", quando la politica cede ai giochi di bussolotti pur di scrollarsi di dosso il dovere di amministrare bene ciò che è di tutti, quando il futuro remoto diventa il tempo verbale dietro il quale nascondere ciò che non è stato fatto, quando si archivia il passato strofinando pilatescamente le mani con l'acqua della sospensione del giudizio e si civetta, nello spazio di un "bene comune", con gli artefici del dolore insito nella nostra storia recente, quando si riduce a esercizio retorico l'austerità che il benjaminiano dramma della storia impone, quando i "beni comuni" diventano oggetto di competizione per nuovi "clienti", per me che ho vissuto le illusioni e il disincanto della fine degli anni Sessanta e so che il tempo della riflessione mi accompagnerà ancora a lungo, allora penso con tristezza a quella «semplicità difficile a farsi» che il presente chiede alla nostra città e al nostro Paese. Perché la semplicità dei comportamenti è ciò che dà senso alla complessità di oggi, senza usi artificiosi del lessico e del linguaggio. Come nel finale di un film di Federico Fellini.