Ha ragione il presidente Napolitano, quando parlando del recente sisma dice che la mancata prevenzione è un delitto. I delitti, anzi, sono due: la mancata prevenzione e la cattiva gestione dell' emergenza. E ciascuno dei due delitti si lascia dietro una scia di cadaveri. Cadaveri di persone, di monumenti, di fabbriche. È ora in corso una strana discussione: se davanti ai disastri in Emilia e a Mantova si debba reagire con il bisturi del restauratore o con la dinamite. Sembra quasi che la scelta dipenda da gusti e inclinazioni personali: un assessore, detto l' Attila di Mantova, propone di abbattere campanili, chiese, anzi interi centri storici per creare "una nuova socialità"; un architetto proclama l' equivalenza fra restauro e Disneyland e invita a distruggere il più possibile, così gli architetti avranno più lavoro. Un tema sembra assente dall' orizzonte: la legalità. Ma ripristinare la legalità è la priorità massima in un' Italia umiliata e corrotta dalla cancrenosa illegalità dell' asse Berlusconi-Bossi. Centri storici e monumenti (maggiori e minori) hanno in Italia uno statuto di legalità. Non solo perché fu in Italia che nacquero, prima dell' unità nazionale, le più antiche norme di tutela del mondo; non solo perché vi furono leggi famose come quelle dei ministri Rava (1909) sul patrimonio e Croce (1922) sul paesaggio, di fatto poi riversate nelle leggi Bottai (1939) e nel vigente Codice dei Beni Culturali. Ma perché, prima al mondo, l' Italia pose la tutela del patrimonio e del paesaggio fra i principi fondamentali della propria Costituzione (art. 9). Che cosa fare dei monumenti danneggiati è dunque anche un problema di legalità costituzionale. Ma che cosa sta accadendo? Confrontiamo due date, due dati: dopo il terremoto di Reggio Emilia del 1996 il soprintendente Garzillo intervenne prontamente, mise in sicurezza campanili e monumenti a Correggio, Villa Sesso, Bagnolo in Piano; dopo 23 giorni gli abitanti evacuati tornarono nelle loro case, e il lavoro fu fatto tanto bene da resistere al sisma di quest' anno. Nel 2012, nulla è stato fatto per il campanile di Novi Modenese, di fatto decidendo di lasciarlo crollare; a Poggio Renatico, il campanileè stato abbattuto con la dinamite. Ma che cosa è cambiato, dal 1996 ad oggi? Non le norme: l' art. 33 del Codice dei Beni Culturali prescrive che «in caso di urgenza, il Soprintendente adotta immediatamente le misure conservative necessarie». Quel che è cambiato è il costume: prevale ormai la prassi instaurata dopo il terremoto d' Abruzzo, pessima eredità di un berlusconismo che come un cancro si è insediato nelle istituzioni. Dal 1861 ad oggi i terremoti distruttivi hanno colpito 1600 centri storici: se avesse dominato il partito della dinamite avremmo 1600 centri storici in meno, insomma un' altra Italia. È questo che vogliamo? Dopo altri terremoti (dal Friuli alle Marche all' Umbria) si dette per scontato che si dovesse salvaguardaree ricostruire il più possibile. La svolta fu all' Aquila, e ne ha mirabilmente parlato Barbara Spinelli in queste pagine. Il centro storico è stato abbandonato, circondandolo con una cintura di squallide new towns senza né servizi né luoghi d' incontro e deportandovi la popolazione, disgregando un prezioso tessuto sociale:è questa dunque la "nuova socialità" a cui pensa l' Attila mantovano. Il servile ministro Bondi nominò allora un commissario fra i funzionari del suo ministero, ma accettò che fosse sottomesso alla Protezione Civile. Proprio questo è il modello adottato tal quale dal governo Monti: come ha rilevato Italia Nostra, il decreto-legge del 15 maggio dà al capo della Protezione Civile potere di vita e di morte sui centri storici e sui monumenti, «in deroga ad ogni disposizione vigente». Ma la Protezione Civile può operare in deroga alla Costituzione? La mancanza di risorse, in nome della quale si fanno distruzioni dinamitarde, nonè un argomento. Secondo la Consulta, in una serie di coerenti sentenze (per esempio 1511986), la Costituzione sancisce «la primarietà del valore estetico-culturale», che non può essere «subordinato ad altri valori, ivi compresi quelli economici», e pertanto dev' essere «capace di influire profondamente sull' ordine economico-sociale». Ma dal ministro Ornaghi, ben deciso a battere Bondi per inefficienza, non viene alcun segnale; se non una circolare che mette in manette i Soprintendenti sottoponendoli alla Protezione Civile. «Non è necessaria nessuna competenza in economia per sapere quale sarà il saldo di una politica economica che non si è mai degnata di far entrare nei propri conti i costi del dissesto geologico, del disordine urbanistico e dell' incuria verso il patrimonio edilizio storico. Ci vorrebbe assai poco per calcolare il danno economico che incombe sulla penisola ove persistesse l' assenza di ogni politica di difesa del suolo e di consolidamento preventivo dell' edilizia storica». Sono parole di Giovanni Urbani, autore nel 1983 di un piano di prevenzione del rischio sismico, prontamente accantonato dal Ministero. Perché non di soli terremoti si tratta, ma delle mille fragilità del Paese. Fragilità che emergono nei disastri, ma per essere poi rapidamente archiviate nello sport nazionale preferito, l' amnesia. Sotto il consueto ombrello della mancanza di risorse. Ma che cosa intendiamo per mancanza di risorse? Nel 2009, dopo la frana di Giampilieri presso Messina (37 morti), Bertolaso dichiarò cinicamente che era impossibile trovare due miliardi per mettere in sicurezza le franose sponde dello Stretto, per giunta soggette a sismi di massima violenza (l' ultimo, nel 1908, seguito da tsunami: 120.000 morti); due giorni dopo, Prestigiacomo dichiarò che i lavori per il Ponte sullo Stretto (10 miliardi o giù di lì) dovevano regolarmente proseguire. Che le risorse siano scarse oggi, lo sappiamo: il problema è come accrescerle (per esempio colpendo l' oscena evasione fiscale) ma anche come destinarle. È sorprendente che il ministro Passera favoleggi di grandi opere come unico volano per lo sviluppo, intendendo per tali autostrade e Tav, senza sospettare che la prima grande opera di cui il Paese ha bisogno è la messa in sicurezza del proprio territorio. È deprimente che il ministro Ornaghi non si accorga che l' intervento dei suoi funzionari a seguito del sisma non può essere efficace dato che non si è stanziato nemmeno un euro. All' Aquila, a Messina, in Emilia il problema è lo stesso, ed è un problema nazionale: quale sia la gerarchia dei valori, quali le priorità. Se crea più sviluppo la cementificazione o la salvaguardia del territorio, se crea più occupazione l' abbandono dei centri storici o la loro cura. Se vogliamo rispettare la Costituzione e la legge, o giocare con la dinamite distruggendo la nostra storia, calpestando la legalità.
la Repubblica
23 Giugno 2012
PAESAGGIO, SERVE LEGALITÀ
SA
Salvatore Settis
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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