Milano. «Ha ragione Chiaberge», dice, secco, Walter Vergnano, sovrintendente al "Regio" di Torino e presidente di Anfols, l'associazione nazionale delle fondazioni Lirico - Sinfoniche, in pratica il governo dei teatri. Vergnano ovviamente non parla a titolo personale bensì a nome dell'intera categoria che rappresenta, dunque anche e soprattutto del sovrintendente scaligero Carlo Fontana, membro del cda Scala nonché esponente di spicco del consiglio di presidenza Anfols. Perché ha ragione? «Ma perché non è serio - spiega - in un momento di difficoltà economica del paese andare a chiedere soldi allo stato senza che si promuova una grande e profonda auto riforma dei nostri teatri. Le due cose devono andare insieme». In effetti i sovrintendenti non possono dirlo apertamente, per evidenti motivi, ma è chiaro che la campagna mediatica lanciata in settimana da Riccardo Muti via Corriere (appoggiata in una lettera aperta al presidente del consiglio Berlusconi anche dal ministro Urbani) sui tagli alla cultura e in particolare alla lirica (il maestro si riferisce ovviamente alla Scala) previsti in finanziaria, alla meglio è giudicata un po' populista, alla peggio decisamente sbagliata. Già, ma cosa ha detto di così scabroso Chiaberge? Semplice, ha scritto sul Domenicale del Sole 24 Ore che chiedere maggiori fondi al governo è sacrosanto (il Fus, cioè il fondo unico per lo spettacolo è dimagrito visibilmente dal 2000 ad oggi), però che c'è una legge ben precisa entrata in vigore nel '96 che ha trasformato i vecchi enti lirici in fondazioni di diritto privato, e cioè, almeno sulla carta, in vere e proprie aziende dotate di autonomia gestionale e finanziaria. Dunque è da lì che devono venire i proventi per finanziare le orchestre e le stagioni liriche. Finanziamenti che però arrivano col contagocce perché mancano incentivi fiscali, ma soprattutto perché la mentalità e la struttura di funzionamento delle fondazioni è rimasta quella lenta e ingessata del parastato, tutto qui. Lottizzazione incipiente, pochissima o scarsa produttività, ipersindacalizzazione degli artisti, neanche fossero operai di una ferriera... Come stupirsi, allora, se i bilanci chiudono in rosso cronico costringendo i sovrintendenti a correre dal ministro a batter cassa? «Voglio essere chiaro», prosegue Vergnano. «E' giusto come fa Muti chiedere maggiori risorse al governo, perché qualsiasi riforma, fermo restando questa quota di finanziamento, fallirebbe. Però se noi ci limitassimo a chiedere soldi a fondo perso, domani saremmo punto a capo e il disavanzo ripartirebbe come e più di prima. Su questo bisogna essere franchi». Concretamente: il costo del personale e le spese artistiche sono fuori controllo. «Ad esempio occorre aumentare sensibilmente la produttività delle nostre maestranze e del nostro personale, oggi troppo bassa. E stiamo anche avviando la riduzione dei cachet degli artisti (oggi i più pagati d'Europa) almeno del 10 e studiando economie di scala sugli allestimenti, proprio per tagliare i costi». Insomma non è che basta farsi belli sui giornali reclamando una cosa sacrosanta come "più soldi alla cultura", fa capire Vergnano (e Fontana), «perché tutti devono fare la propria parte». Ok, ma Muti e Abbado che ne pensano di un'eventuale riduzione dei cachet? «Bella domanda - ridacchia il presidente di Anfols - bisognerebbe chiederlo a loro». Tutti d'accordo, quindi? Sì e no. «Ad esempio io trovo che Muti faccia benissimo a pressare il governo, sottoscrivo in pieno», spiega Salvatore Carrubba, assessore alla cultura del comune di Milano, uno che la Scala la conosce bene. «La lirica e la cultura in genere sono strategiche nel marketing di un paese. Trovo che Chiaberge abbia ragione fino ad un certo punto». In che senso? «Beh, non siamo ipocriti: la lirica in tutto il mondo è un bene fuori mercato, costa più di quello che può potenzialmente introitare. Diciamo che è uno dei pochissimi casi di fallimento di mercato». Nel senso che se la si vuole sostenere, se la si vuole promuovere com'è giusto che sia, non resta che sovvenzionarla per buona parte coi soldi del contribuente. «Da questo punto di vista la Scala è uno di quei teatri che sta meno peggio. Anzi - prosegue Carrubba - nel riparto tra fondi pubblici e finanziamenti privati (bigliettazione e sponsor), siamo quasi cinquanta e cinquanta. Molto più che qualsiasi altro teatro in Europa. Certo, poi ci sono sprechi, ci sono rigidità, ci sono maestranze e artisti che costano uno proposito, in questo senso il caso italiano è uno dei più chiusi. Ma non illudiamoci che flessibilizzando tutto si migliorino le cose. E ve lo dice uno che più liberista non si può...»