Via gli artisti, restano solo 6 opere e la collezione permanente Addio al Madre. Senza più le opere degli artisti «esodati" dal secondo piano del Museo di arte contemporanea, sono state murate ben sedici stanze. Perché ne bastano appena tre per le sei opere rimaste. Il presidente della Fondazione Donnaregina, Pierpaolo Forte, annuncia un «riallestimento lungo". Ma promette che a in tempi brevi sarà pronto il bando per un nuovo direttore. Il nodo, però, è un altro e vecchio assai: i fondi. Sono finiti da tempo e altri non se ne vedranno. E anche quelli che dovevano bastare per tutto il 2012, due milioni di euro, sono esauriti da tempo. Il Matricidio è quasi compiuto. Senza più le opere degli artisti esodati dal secondo piano del Museo di arte contemporanea Donnaregina (il Madre, appunto) sono state murate ben sedici stanze. Perché ne bastano appena tre per le sei opere rimaste che, effettivamente, negli enormi spazi ristrutturati da Alvaro Siza ci ballano. Una visita nel palazzo di via Settembrini è un'immersione in un disastro annunciato. Ormai tutte le polemiche sulla passata gestione di Eduardo Cicelyn sono state archiviate. Il direttore, che può fregiarsi del prefisso di ex, è stato rimosso a fine aprile. Ma il Madre non ha ancora partorito una sua identità. Anzi ha visto scappare tutti i propri figli. Il presidente della Fondazione Donnaregina, Pierpaolo Forte, annuncia un «riallestimento lungo». Ma promette che a in tempi brevi sarà pro nto il bando per un nuovo direttore. Il nodo, però, è un altro e vecchio II terrazzo Sul tetto con la magica vista sulla città si accede soltanto accompagnati dai custodi Superstiti Sono rimaste solo opere di Andre, Pisani, Clemente e Paladino assai: i fondi, i soldi. Sono finiti da tempo e altri, nei tempi bui dello spread alle stelle, non se ne vedranno. E pure quelli che dovevano bastare per tutto il 2012, due milioni di euro, sono esauriti da tempo, virtualmente, però, perché sono rimasti sulla carta Così, il Madre, dopo una lunga agonia, è in coma. Cinque o sei visitatori al giorno. Una ventina, nei weekend e il lunedì (perché non si paga). Quasi tutti stranieri, tedeschi per lo più. «Già da tempo» sottolinea Forte «non se ne vedevano molti, comunque». Biglietto dimezzato, da sette euro a tre e mezzo. Bar aperto solo sabato, domenica a lunedì. Otto ragazzi appena come addetti alla sorveglianza, divisi in due turni. Ad accogliere i visitatori, prima ancora di entrare, a sinistra dell'ingresso, s'impatta in un'installazione a sua insaputa: quattro cassonetti della spazzatura bruciacchiati e semipieni. Robert Rauschenberg? No, Asìa. Nel pomeriggio c'è un po' di movimento: arrivano i genitori dei bambini che hanno fatto il corso didattico di arte. Vengono a riprendere i figli, come si fa in un asilo-nido. Se avete sott'occhio il sito web del museo con la sfilata di opere e facce da artisti, azzerate tutto. Non troverete quasi nulla, soprattutto al secondo piano dove c'era la collezione storica, anche se siete state avvertiti in modo anodino che si è «in attesa di futuro riallestimento». C'erano cento opere: Manzoni, Kounellis, Twobly, Warhol, Richter, Tatafiore, Kapoore tanti altri. Ora nelle tre stanze si possono vedere solo «20 aluminium rectangle» di Carl Andre (nella prima stanza, ma non ci resterà a lungo perché è stato già richiesto dalla legittima proprietaria, Dorothy Fischer), «Place of Power I» e «Place of Power III» di Francesco Clemente, un'opera senza titolo di Mimmo Paladino e «L'incidente» di Gianni Pisani (nella seconda stanza) e «Frammenti di un autoritratto anonimo» di Carlo Alfano (nella terza). Finish. C'è un muro, innalzato nei giorni scorsi che separa la micro-esposizione dalla lunga sfilata di stanze che girano attorno al palazzo. C'è da vedere anche «God Save the Queen», l'esposizione temporanea di quattro opere di Gerardo Di Fiore: per attenuare il senso di vuoto, la piccola mostra è stata prorogata fino a tutto giugno. Solo al primo piano resiste la collezione permanente che è di proprietà della Regione Campania. Ma pure qui hanno dovuto rinunciare a un pezzo pregiato. Jeff Koons ha rivoluto indietro parte della sua installazione, «Wild Boy and Puppy»: al suo posto c'è una semplice panchina bianca. Naturalmente è chiuso completamente il terzo piano dove vengono allestite le esposizioni temporanee. Terminata ad aprile quella di Fausto Melotti non s'è più visto nulla. Chiedendo di essere accompagnati (prima vi si accedeva liberamente) si può visitare il terrazzo che è uno spettacolo unico sui tetti del ventre di Napoli:l'occhio spazia tra le cento cupole e le mille terrazze usate come solarium, con tanto di sdraio e bacinelle, fino alla collina di Capodimonte e al Moiariello. Un delitto imperfetto, questo del Madre, perché compiuto ai danni della città. Forse Napoli non poteva permettersi un museo ritenuto troppo costoso (non molto di più dei suoi omologhi). Di sicuro sta perdendo una grande occasione. E come in tutti i delitti imperfetti è molto difficile occultare un cadavere eccellente. Anche murandolo, ancora vivo.