Busti alla Gazzetta sulla ricostruzione: spero che nessuno voglia affrontare questi problemi in modo ideologico MANTOVA. Lassù con i pompieri. Con l'intenzione dichiarata di comprendere, vedere, esserci. Sulla piattaforma aerea che ha permesso ai vigili del fuoco di mettere in sicurezza la cima del campanile di Santa Barbara c'era anche il vescovo. Roberto Busti ha rilasciato questa intervista alla Gazzetta. Vescovo pastore, soccorritore, restauratore, confortatore e anche pompiere a settanta metri d'altezza. Com'è, nel suo complesso, il panorama lasciato dal terremoto nel Mantovano? «Mi sembra talvolta di essere tra i "figli di un dio minore". Nella grande fortuna di non dover piangere morti, questo terremoto che ha sconvolto terribilmente anche il Basso Mantovano, fa rientrare con molta fatica nell'immagine generale coloro che ne sono stati colpiti, perché legata per molti giorni quasi esclusivamente alla terra emiliana, le cui caratteristiche sono molto simili alle nostre. Eppure anche qui danni gravissimi alle case, ai luoghi di lavoro, e in modo particolare ai luoghi di culto: sono 127 ammalorati in modi diversi, da quelli "in coma" e vicini al decesso (non pochi) a quelli che richiedono una cura adeguata per riaprire. E sono oltre 40 i Comuni interessati. Forse gli organi di informazione nazionale avrebbero bisogno di guardarsi attorno un po' di più per offrire il quadro generale più esatto». Martedì il Papa arriva a pochi chilometri dal nostro confine. Che cosa ha da dire la fede o quali domande rivolgere alla fede di fronte alla catastrofe? «La fede dei cristiani sballottati da questi eventi inaspettati è la medesima fede di Gesù, nostro fratello, di fronte al compiersi della sua vocazione nel giardino del Getsemani: perché questa prova? Perché così pesante? Perché a noi? Dio si è forse dimenticato di noi?». Benedetto XVI in visita, con quale Vangelo? «"Vangelo" significa "notizia bella e buona'. Papa Benedetto è stato vicino da subito alle diocesi colpite con la preghiera e con l'aiuto concreto. Ha mostrato di comprendere questo disagio che sconvolge il cuore oltre che le cose; saprà sicuramente, con la delicatezza che gli è naturale, dire parole di consolazione e di fede e rassicurarci nell'amore di un Dio che non ci abbandona mai». Ha percorso tutta la Bassa, paese per paese. Come, quando e quanto la Bassa potrà tornare in cammino nella sua totalità? «Sì, l'ho percorsa più volte, quasi a concludere in modo del tutto inaspettato la visita pastorale che mi aveva dato da subito motivi di gioia nel vedere tanti germi di bene che già fruttificano. Non so dire quando si riuscirà a camminare tutti in serenità: ci vorrà tempo, molto tempo! Ma vedo molta voglia di riprendere: la sventura del terremoto ha rinserrato le fila, superando anche distinzioni e divisioni presenti». Una polemica serpeggia e pretende una risposta franca, anche da lei. Prima le chiese, le case, le fabbriche, i ponti o le strade? «La comunità cristiana non è un elemento "a parte" della comunità umana. Ho già avuto modo di dire che il vescovo non è assolutamente in grado di far fronte a questo disastro, per quanto riguarda i luoghi di culto e di incontro ecclesiali. È chiaro perciò che tutti insieme dobbiamo affrontare il problema generale a partire da ciò che è essenziale per poter vivere: casa, luoghi di lavoro per primi. Ma non bisogna dimenticare i "luoghi della speranza", quelli che permettono al nostro cuore di guardare al futuro con maggiore apertura umana, oltre che cristiana. La gente, anche poco praticante, sente come una ferita tremenda il crollo della propria chiesa, del proprio campanile: anche questa ferita va curata e risanata per il bene dell'intera comunità». E dell'idea dell'assessore provinciale Grandi di re-immaginare i centri storici anche in assenza dei punti di riferimento storico-religiosi irrecuperabili? «Ho avuto modo di parlarne con lui. Se re-immaginare il centro storico significa collocare la chiesa in luoghi diversi dall'attuale, mi pare una strada forzata impercorribile: vicino ad essa ci sono oratori, luoghi di incontro e di comunione di vita già presenti e accessibili a tutti. Se invece vuol dire poter discutere sulla scelta concreta di riabitare il centro il più velocemente possibile e, quindi, di decisione sulla continuità o meno del tempio gravemente ammalorato, noi ci siamo, insieme a tutti coloro cui spetta la decisione; spero che nessuno voglia affrontare problemi così delicati e importanti in modo ideologico». Dove la Chiesa troverà tutte le risorse, immense, per le messe in sicurezza, i recuperi, le ricostruzioni? «Le risorse immense necessarie già per la messa in sicurezza e per il conseguente recupero non ci sono. Dopo la prima scossa avevamo ipotizzato la necessità di circa 30 milioni di euro; ora sono 80 o 90: impossibile! E' il caso di affidarsi davvero alla Provvidenza e lo faccio senza dubbi di sorta. Dalla Diocesi di Milano, per esempio, non solo è giunto un cospicuo aiuto, ma si sono fatti vivi molti amici, sacerdoti e parrocchie, che chiedono di potersi gemellare con qualche nostra parrocchia per cominciare a riaprire ciò che è possibile con una spesa affrontabile. E un inizio che consola; poi si vedrà, considerato che ciò che abbiamo e raccogliamo di nostro è ben poco a fronte alle necessità». Anche lei è del parere che deve esserci più Lombardia a Mantova? Il contrario è invece uno slogan politico. «Penso di sì! Il Basso Mantovano è stato dimenticato eo non è stato in grado, a suo tempo, di cogliere le opportunità che la vicina Emilia ha saputo sfruttare: si è desolatamente spopolato e non vedo molte altre possibilità. Ma spero che questa sventura riesca a far emergere idee e forze nuove e giovani che ci sono». Quale esperienza umana e sociale produrrà questa calamità, così sconvolgente ed epocale? «Sempre le esperienze di dolore e di gravi prove generano ripensamenti utili al futuro: lo sono state, purtroppo, anche le grandi guerre del secolo scorso. Una rivisitazione dell' onnipotenza della scienza, incapace di prevedere o dominare tutto (e chi parla a vanvera di sismi imminenti dovrebbe finalmente zittire!); una minore fiducia nel denaro come sostanziale risposta alle necessità della vita; il riemergere di domande serie che richiedono risposte altrettanto serie, fede compresa; il radicamento di questa fede nel Vangelo di Gesù e non solo nelle tradizioni o nell'imperativo morale slegato dall'amore di Dio; la rivalutazione dell'amicizia, della compagnia degli altri; il superamento della cultura del sospetto, che ci impedisce troppo spesso di vedere il bene presente e quello possibile; il senso di una comunità capace di muoversi insieme, tendendosi la mano e offrendo il sorriso... Alla fine, da cristiano, mi sento di dire che anche questa esperienza saprà tradurre dolore e delusione in conquista di umanità».