«Fuga» dei francesi da Pompei: Riccardo Villari, senatore Pdl già sottosegretario con delega su Pompei del ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan, racconta in un'intervista al Mattino i retroscena del clamoroso forfait. «L'Epadesa - spiega Villan - aveva offerto 200 milioni per restauri all'interno del sito, ma voleva la certezza che a fare i lavori fossero le imprese del Consorzio senza passare per alcuna gara d'appalto. Forse pensavano che con i quattro soldi che ci offrivano si sarebbero potute forzare regole che immaginavano evidentemente flessibili. È dunque ingenerosa e poco documentata, oggi, la posizione di Graziano, che era presente a quella prima riunione operativa con i francesi a luglio del 2011». «L'Epadesa aveva offerto 200 milioni per restauri all'interno del sito, ma voleva la certezza che a fare i lavori fossero le imprese del Consorzio senza passare per alcuna gara d'appalto. Forse pensavano che con i quattro soldi che ci offrivano si sarebbero potute forzare regole che immaginavano evidentemente flessibili. E' dunque ingenerosa e poco documentata, oggi, la posizione di Graziano, che era presente a quella prima riunione operativa con i francesi a luglio del 2011». A raccontare il retroscena del mecenatismo francese per Pompei sbriciolatosi prima di arrivare agli Scavi è Riccardo Villari, senatore Pdl già sottosegretario con delega su Pompei del ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan. La riunione, dunque. «Si tenne in uno dei saloni del ministero che era rappresentato tra gli altri, oltre che da me, dal capo di gabinetto Salvo Nastasi e dal direttore generale perle Antichità Luigi Malnati. C'erano poi l'ambasciatore Francesco Caruso e il presidente degli industriali napoletani Graziano e, in rappresentanza dell'Epadesa, Patrizia Nitti, la direttrice del Museo Maillol di Parigi. Noi abbiamo adempiuto a tutte le richieste possibili fatte dai francesi» ricorda Villari. Per esempio? «Chiesero l'accompagnamento dell'Unesco e noi, pagandola con i soldi del ministero, stipulammo la convenzione che è stata poi firmata a Parigi appena qualche mese dopo, a fine novembre. Misero come condizione per finanziare i restauri all'interno del sito la bonifica e la riqualificazione del territorio circostante e noi chiamammo tutti gli enti coinvolti, dai sindaci dell'area interessata, ai rappresentanti di Provincia e Regione. Volevano, però - racconta il senatore - che a fare i lavori che sarebbero stati finanziati con i 200 milioni inizialmente promessi fossero le stesse imprese del Consorzio francese, saltando la procedura della gara d'appalto. Forse immaginavano che l'Italia fosse davvero "un paese stanco, indebitato fino al collo e corrotto" descritto poi dal reportage di Le Monde». A fine riunione, comunque, la Nitti si sarebbe detta entusiasta. E il 29 novembre a Parigi, in occasione della firma della Convenzione Unesco-Mibac che i francesi avevano chiesto a sostegno dei loro futuri interventi nel sito archeologico, il ceo di Epadesa Philippe Chaix annuncia: «Da oggi noi siamo pronti a partire: in fase iniziale il nostro finanziamento sarà di 5-10 milioni l'anno senza limiti di tempo» per restauri all'interno del sito di Pompei. E invece poi, il 12 marzo, è partita la lettera con il dietrofront della presidente dell'Epadesa Ceccaldi Raynaud, che il 2 marzo aveva nel frattempo incontrato al ministero anche il segretario generale Antonia Pasqua Recchia. Perché? «Io credo - dice Villari - che abbiano rinunciato per una partita loro tutta interna, legata probabilmente anche alle elezioni politiche cui la stessa Ceccaldi, d'altronde, fa cenno nella lettera. Mi aspetterei comunque delle giustificazioni. E dovrebbe aspettarsele anche Graziano che invece trasforma le scuse balbettanti della Ceccaldi in accuse al ministero che i francesi non hanno mai immaginato di fare». «Anche perché - continua il senatore - rivendichiamo di aver lavorato bene, con rapidità e sinergia. L'Unione Europea ci ha riconosciuto una "buona pratica", invito il presidente degli industriali a rifletterci e a ritrovare le ragioni del buon lavoro fatto. Quanto alle sponsorizzazioni - chiarisce Villari - il primo decreto Monti ha recepitole nostre indicazioni per le procedure semplificate: chi investe in cultura può detrarre il 100 della somma dall'imponibile. Perché la norma non si applica? Perché la Soprintendenza è molto lenta. Ma non addossiamoci responsabilità che non abbiamo: i francesi si sono fatti pubblicità per un po', poi, quando si erano ormai realizzate le condizioni per intervenire, sono spariti». Dunque un grande bluff più che una grande beffa, come l'ha definita il presidente degli industriali? «A Graziano dico: "E' venuto il momento di sottolineare con orgoglio le responsabilità degli altri"».