Il sospetto che i francesi, dopo l'annunciato entusiamo iniziale si fossero, come dire, un po'«raffreddati» nel piano di salvataggio di Pompei circolava già da un po'. «Sono spariti dalla circolazione» si era lasciato scappare qualcuno dal ministero dopo la trasferta italiana della Ceccaldi. I119 maggio «Le Monde» pubblica il reportage sugli Scavi con il titolo «Silenzio. Pompei si spegne». Tre pagine in cui il corrispondente in Italia Philippe Ridet racconta ai francesi la situazione di «uno dei più prestigiosi siti archeologici del mondo» che «cade in rovina e crolla». Non una parola, però, sui 200 milioni più volte promessi dall'Epadesa. Nessuno racconta ai francesi - che pure in qualche blog si erano domandati per quale motivo l'Epadesa avrebbe dovuto dare soldi a Pompei e non savare il Canal du Midi - che sotto il Vesuvio si aspettano i soldi dei francesi. E dall'Epadesa nessuno parla più di quell'idea che «la città nuova creata dal nulla alla fine degli Annni Cinquanta contribuisca al rinascimento di una città antica» raccontata dalla Ceccaldi in un'intervista al nostro giornale. Ma il 31 maggio quando alla Camera di Commercio di Napoli l'Unione industriali presenta «Ridare vita a Pompei», il progetto di sviluppo sostenibile per l'area vesuviana che il centro studi dell'Uin ha sviluppato immaginando 5mila nuovi posti di lavoro e 300 milioni di euro annui di ricaduta sull'economia locale nel turismo, i sospetti vengono smentiti. «Con i francesi - rassicura Paolo Graziano che nel pomeriggio riceverà una delegazione di cinesi - è tutto confermato: aspettano soltanto che venga reso pubblico dal ministero l'elenco dei siti che possono essere oggetto di sponsorizzazione. Abbiamo anche altri imprenditori stranieri, a luglio arriverà un gruppo di arabi, pronti ad investire a Pompei che aspettano che gli si dica come e quando. Serve subito una governance». Una settimana fa anche la radio francese France Inter manda Isabelle Pasquier sotto il Vesuvio per preparare un reportage sul più grande sito archeologico del mondo. E così la giornalista francese scopre che a Napoli e a Pompei si aspettano ancora i duecento milioni iniziali, quei «cinque-dieci l'anno senza limite di tempo» promessi a novembre a Parigi da Philippe Chaix. Per l'Epadesa, invece, racconta la Pasquier non esistono più: «Dall'ufficio stampa mi hanno fatto sapere che non c'è nessun interesse e che su Pompei non avevano null'altro da dire». E di quell'idea-simbolo della città nuova che tendeva la mano alla città antica diventi secoli fa? «In Francia nessuno ne ha mai sentito parlare. Può darsi sia tramontata perché si teme che nuove leggi fiscali potranno rendere anche da noi il mecenatismo meno conveniente».