Ornaghi: «Il riconoscimento dell'Unesco ai siti longobardi è un segno dell'importanza di questa città nella cultura» La candidatura seriale con altri sette Comuni è stata riconosciuta nel giugno dell'anno scorso. È passato esattamente un anno dal riconoscimento, e da ieri quel riconoscimento non è più solo una cosa risaputa o che si legge sulle brochure pubblicitarie o in diciture in fondo a prefazioni di cataloghi di mostre. Sul fatto che Brescia e le sua vestigia longobarde siano a tutti gli effetti un bene dell'umanità ora c'è l'imprimatur, c'è il nero-su-bianco ufficiale di una targa dell'Unesco che campeggia, da ieri appunto, nella chiesa di San Salvatore, la splendida chiesa «a strati» all'interno del complesso di Santa Giulia, il cuore della longobardità bresciana diventato il museo della città. E a scoprire la targa è stato il ministro dei Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, sua la mano che ha tolto il velo biancazzurro insieme ad altre, quelle del sindaco Adriano Paroli, dell'assessore regionale Margherita Peroni e dell'assessore comunale Andrea Arcai. Così adesso se qualcuno avesse dei dubbi che questa città è uno dei 937 siti mondiali e uno dei 47 italiani e uno dei due bresciani (l'altro, i graffiti preistorici della Valcamonica) tutelati dall'Unesco non avrà che da andare a leggersi le trenta righe che sintetizzano le motivazioni del riconoscimento. In francese e in inglese oltre che in italiano. Il riconoscimento all'inizio era una candidatura. Come ha detto il ministro «non è facile entrare nel patrimonio», nella World Heritage list. Esserci riusciti fa di Brescia «una città che d'ora in avanti avrà una grande eco culturale non solo industriale per la quale è conosciuta» ha specificato Ornaghi. Una candidatura partita nel 2007 con l'allora giunta Corsini e andata in porto appunto nel giugno scorso, dopo che la prima era stata bocciata e si era dovuto correggere il tiro e ripresentarla un po' mutata, focalizzandola più sugli aspetti storico-politici della presenza longobarda piuttosto che religiosi. Ma soprattutto ripresentarla "seriale", ovvero in rete con altri sei siti longobardi sparsi per l'Italia: oltre a Brescia, Benevento, l'area della Gastaldaga con il Tempietto longobardo a Cividale del Friuli (Udine); il castrum di Castelseprio (Varese); la basilica di San Salvatore a Spoleto e il Tempietto del Clitumno a Campello sul Clitunno, entrambe in provincia di Perugia, e il Santuario micaelico di Monte Sant'Angelo (Foggia). A Parigi per passare l'esame Brescia allegò, come le chiedeva l'Unesco, un piano economico di gestione: oltre venti milioni di euro di opere in parte già realizzate o in via di realizzazione in parte allo stato di impegno, che vanno dalle infrastrutture alle campagne di promozione, a garanzia della sostenibilità e potenzialità di crescita del contesto economico e sociale attorno ai siti longobardi. Su questo piano ovviamente grava ora l'ombra della crisi, che al più - precisa Arcai - può provocare ritardi. A rischio erano i fondi del ministero destinati proprio ai siti Unesco, fondi notevolmente sfoltiti. Ma ad inizio anno sono stati sbloccati 250mila euro per i sette comuni che ora hanno partecipato ad un nuovo bando per ottenerne altrettanti, da investire nella scuola.