A Pisa si chiude a tempo indeterminato, a Padova i rischi sono di carattere strutturale. Ma la colpa non è del terremoto, bensì del perenne stato di emergenza Al di là dei casi virtuosi come Trento o Milano Bicocca, è da ripensare il modello: spazi adatti, sponsor e una buona amministrazione ordinaria Come tutti sanno, l'Italia non dà il suo meglio nell'ordinaria amministrazione (dove son buoni tutti) ma nelle emergenze, quando invece di una grigia, insapore affidabilità serve il nostro garibaldino Eroismo. Come nel caso della Costa Concordia, per fare un esempio. O come nel caso del penultimo terremoto, quando L'Aquila non era ancora crollata e già si lavorava, nottetempo, alla costruzione di L'Aquila 2. I problemi cominciano quando lo stato di emergenza s'incancrenisce a tal punto da diventare ordinaria amministrazione. Molte biblioteche italiane, e quasi tutte le biblioteche universitarie che conosco, si trovano in questa non piacevole situazione. La scorsa settimana la sede centrale della Biblioteca Universitaria di Pisa ha chiuso i battenti "a tempo indeterminato" a causa di problemi strutturali che il recente terremoto ha aggravato e reso più allarmanti, ma che al terremoto preesistevano. Il danno è evidente. Si tratta della biblioteca più grande della città, una città che ha un numero esorbitante di studenti, moltissimi libri sparsi in molti indirizzi diversi e nessuna vera grande biblioteca che possa contenere insieme gli studenti e i libri. La scorsa settimana ha chiuso anche Palazzo Maldura, la sede della biblioteca della facoltà di Lettere di Padova: anche qui, rischi strutturali, anche qui preesistenti al terremoto, ma che il terremoto ha reso non più ignorabili. E anche qui il danno è evidente: è probabile che si stoccheranno in magazzini fuori città alcuni chilometri di libri, e alla riapertura la biblioteca si troverà ad essere più povera e meno funzionale. Si capisce che chiudere bisogna, se c'è pericolo. E si capisce che l'Italia è, nella sua ricchezza, svantaggiata: i nostri palazzi storici non sono stati costruiti per contenere centinaia di migliaia di volumi. Ma se è scusabile l'emergenza, non è scusabile l'ordinaria amministrazione che non ha fatto fronte per tempo a queste prevedibili difficoltà. Che i grandi atenei, passati da poche migliaia a varie decina di migliaia di iscritti nel giro di trent'anni, avrebbero avuto bisogno di biblioteche più grandi, quindi di nuove biblioteche, era scontato. E che le nuove piccole università avrebbero avuto bisogno, innanzitutto, di biblioteche adeguate, anche questo non era difficile da immaginare. Ma si è ragionato così: perché spendere i soldi in biblioteche anziché, poniamo, in stipendi, dal momento che tra gli atenei italiani non c'è vera concorrenza, e dal momento che l'erogazione dei fondi ministeriali non tiene conto di dati come quelli relativi ai fondi per gli acquisti di libri e riviste, alle attrezzature informatiche, alla percentuale di scaffale aperto, agli orari di apertura? Il risultato è lo sfacelo attuale. Sfacelo che si misura nell'inadeguatezza degli spazi (troppe sedi, troppo disperse), nella mancanza di aggiornamento bibliografico, negli orari d'apertura: sono rarissime le biblioteche che restano aperte la sera, sicché per tanti studenti fuori sede, che si dividono una stanza in un appartamento di periferia, l'alternativa è il pub, che non è una buona alternativa. Studiare d'estate, in Italia, è una pena. Gli orari d'apertura sono ulteriormente ridotti, l'aria condizionata è un miraggio: ectoplasmi in infradito si aggirano nelle sale in penombra. È curioso che, nel paese delle mille biblioteche, i miei colleghi storici o latinisti migrino a luglio verso la British Library o la Bibliothèque Nationale. Ed è curioso non solo perché fa un po' ridere che per studiare il latino uno debba andare a Londra, ma anche perché i soldi che i miei colleghi ed io spendiamo quando andiamo a studiare all'estero potrebbero restare in Italia, e delle buone biblioteche potrebbero attrarre in Italia gli studiosi stranieri, proprio come fanno le grandi biblioteche straniere. Il nostro senso di inferiorità nei confronti delle scienze dure ci fa dimenticare troppo spesso che possedere una buona percentuale del patrimonio artistico mondiale implica anche il fatto che migliaia di persone in tutto il mondo amano e studiano la letteratura, la storia, l'arte, la filosofia, la lingua italiana. Trattare male queste persone non è solo una vergogna, è uno spreco. Non si tratta - come suona la sciocca formula corrente - di "investire nei beni culturali": si tratta di usare in maniera sensata il patrimonio che abbiamo, il che vuol dire coltivare non solo il pubblico dei turisti curiosi ma anche quello dei conoscitori interessati. Dal canto loro, è chiaro che le biblioteche universitarie pongono problemi particolari: per le loro dimensioni e per i loro utenti Al di là di casi singoli anche virtuosi (Trento, Milano Bicocca), mi pare che l'intero modello sia da ripensare. Gli edifici storici non bastano più: bisogna costruire, o bisogna recuperare spazi, meglio se in centro città, che possano diventare biblioteche davvero funzionali: l'altana di un palazzo del Seicento poteva andare bene fino agli anni Cinquanta, ora non più. S'intende che spese del genere, responsabilità del genere, non possono competere soltanto agli atenei: servono accordi con gli enti locali e con sponsor intelligenti, e serve, innanzitutto, un uso accorto dei pochi soldi di cui potremo disporre in futuro. Sarebbe bene non disperderli in circenses che non lasciano traccia se non nelle cronache dei quotidiani (mostre sguaiate, congressi pletorici, festival demenziali) ma concentrarli in pochi luoghi strategici che durano nel tempo, le biblioteche innanzitutto. Una buona ordinaria amministrazione: e forse i futuri terremoti non ci coglieranno così impreparati.
Biblioteche universitarie. Macerie del sapere
A Pisa, la biblioteca universitaria è stata chiusa a tempo indeterminato a causa di problemi strutturali aggravati dal terremoto. A Padova, la biblioteca della facoltà di Lettere è stata chiusa per rischi strutturali preesistenti al terremoto. Questi casi sono solo alcuni esempi di come le biblioteche italiane siano state colpite dalle emergenze e dalle carenze nell'ordinaria amministrazione. La scrittrice sostiene che il modello attuale per le biblioteche non è più funzionale e che è necessario ripensare il modo in cui vengono gestite le risorse.
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