È sempre più incerta la riapertura della sede trentina del Mart, prevista per il 2013 Manca un dibattito pubblico sul futuro delle collezioni dell'Ottocento e sulla destinazione d'uso di Palazzo delle Albere Il responsabile dell'archivio storico del Comune di Trento, Franco Cagol, ha ritrovato pochi giorni fa un carteggio intercorso nel 1960 tra i vertici della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto, il sindaco di Trento Nilo Piccoli e la marchesa Lorenza Crispolti Parisi, all'epoca proprietaria della Venere che scherza con le colombe di Francesco Hayez. Il primo cittadino, d'intesa con il soprintendente ai monumenti e alle gallerie Nicolò Rasmo, aveva fatto pressione sull'istituto di credito perché acquistasse il celebre dipinto, di cui era stata ventilata l'imminente alienazione. La banca, guidata dall'ex sindaco di Trento Dino Ziglio, accolse di buon grado la proposta e si evitò in tal modo che un capolavoro della pittura italiana dell'Ottocento lasciasse la città. "Questo Istituto di credito scriveva Ziglio non ha la minima intenzione di effettuare l'acquisto a titolo speculativo, ed è altrettanto evidente che questo Istituto studierà la possibilità di affidare in deposito o donare il quadro del Pittore Hayez ad una Galleria cittadina, se e qualora essa dovesse formarsi". Leggendo queste carte viene da chiedersi che fine abbia fatto l'orgoglio municipale del ceto dirigente della "vecchia Trento", che si era attivato per evitare la dispersione di un tassello del patrimonio artistico cittadino percepito come importante, in anni in cui la pittura di Hayez era ancora lontana dalla piena rivalutazione. L'odierna classe dirigente cittadina e lo stesso mondo accademico sembrano invece guardare con indifferenza al possibile smantellamento della Pinacoteca dell'Ottocento che il Mart, per iniziativa di Gabriella Belli e Alessandra Tiddia, aveva pazientemente allestito a Palazzo delle Albere, grazie anche al deposito permanente di numerose opere d'arte concesse in comodato da enti e collezionisti privati: prima fra tutte, la Venere di Hayez, oggi di proprietà della Fondazione Caritro. La sede trentina del Mart è chiusa al pubblico dal gennaio dello scorso anno, ufficialmente per "lavori di adeguamento degli impianti". Nessuno ignora, tuttavia, che da più parti è stata invocata la cessione dello storico edificio al nuovo Museo delle Scienze, in aggiunta alla sede appositamente costruita da Renzo Piano sull'area ex-Michelin, ormai quasi ultimata. In alternativa, è stata anche ipotizzata la collocazione alle Albere della Galleria civica d'arte contemporanea, che però vive di installazioni e performance, poco compatibili con gli spazi affrescati di una dimora del Cinquecento. Meno note sono le conseguenze che tali scelte avrebbero sulle collezioni d'arte del XIX secolo e di primo Novecento, in gran parte di proprietà comunale. Esse sarebbero infatti destinate a rimanere per anni chiuse in un deposito, in attesa di trovare una nuova casa. Nella migliore delle ipotesi, i capolavori di Bartolomeo Bezzi, Giovanni Segantini, Eugenio Prati, Luigi Bonazza e Umberto Moggioli, che dal 2002 facevano bella mostra di sé alle Albere, verrebbero esposti ciclicamente in spazi di volta in volta da individuare e allestire, come Torre Vanga, Cappella Vantini e il Palazzo Alberti di Rovereto. Il lodevole sforzo compiuto negli ultimi mesi per esporre al pubblico alcune delle opere più importanti nelle sedi citate ha evidenziato la loro inadeguatezza, facendo emergere ancora di più la necessità di trovare una soluzione permanente. Qualcuno, in nome di una farraginosa logica "bipolare" cui la cultura trentina dovrebbe allinearsi (il "polo artistico" a Rovereto, il "polo scientifico" a Trento), ha anche immaginato il trasferimento in blocco dei dipinti e della gipsoteca dello scultore Andrea Malfatti a Rovereto: come se la città della quercia potesse e dovesse farsi carico di rappresentare la storia culturale e collezionistica della sua vicina. Tutta l'Italia sta lavorando sull'eredità artistica del XIX secolo e negli ultimi anni sono decine le città piccole e grandi che hanno ripescato dai depositi museali le opere d'arte dell'Ottocento, sull'onda di una generale riscoperta critica, destinando loro nuovi spazi. In realtà urbane assimilabili alla nostra, da Bassano a Pavia, da Savona a Ferrara, le pinacoteche civiche sono esposte in via permanente e senza "ansia da sbigliettamento", nella convinzione che rendere fruibili le collezioni pubbliche sia un dovere primario degli enti locali. Piccole città del Meridione come Barletta e Bitonto, senza poter contare sui vantaggi della nostra autonomia, hanno riallestito le loro pinacoteche in magnifici palazzi appositamente restaurati, che sono diventati dei fiori all'occhiello nell'offerta turistica della Puglia. A Trento soffia evidentemente un vento diverso. In una città piena di ambizioni culturali e festivaliere, ma priva di idonei spazi espositivi di proprietà comunale, si rinuncia senza drammi ad avere una Pinacoteca degna di questo nome, e non c'è l'ombra di un dibattito scientifico (e pubblico) sulla destinazione d'uso degli edifici storici: non solo le Albere, ma anche il Palazzo delle Poste, Palazzo Sardagna già passato all'Università e la Torre del Massarelli. Dieci anni fa la "galleria cittadina" sognata da Nilo Piccoli, Dino Ziglio e Nicolò Rasmo era diventata una realtà e aveva trovato in Palazzo delle Albere grazie all'amministrazione provinciale, proprietaria dell'edificio una sede adeguata e prestigiosa. Ora il ripristino della pinacoteca non sembra essere una priorità della politica culturale trentina ed è con questo "cupio dissolvi", per molti aspetti incomprensibile, che si deve confrontare la nuova direttrice del Mart, Cristiana Collu.
Venere senza casa
La sede trentina del Mart è chiusa al pubblico dal gennaio scorso, ufficialmente per lavori di adeguamento degli impianti. Tuttavia, molti sospettano che la vera ragione sia la cessione dello storico edificio al nuovo Museo delle Scienze. La Pinacoteca dell'Ottocento, allestita al Palazzo delle Albere, è stata chiusa e le sue collezioni sono destinate a rimanere chiuse in un deposito. La questione è stata oggetto di un dibattito pubblico, ma non è stato trovato un accordo sulla destinazione d'uso degli edifici storici.
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