«Effetto mummia». La soluzione apparentemente più semplice per rimediare al terremoto è ricostruire i centri storici tali quali erano. Ma è solo una macabra illusione La ricetta per Italia Nostra, per Vittorio Sgarbi e per il professor Salvatore Settis è semplice. Alla catastrofe, come il recente terremoto in Emilia, occorre rimediare annullandone gli effetti, e cioè ricostruendo gli edifici dei centri storici delle città colpite, tali e quali erano: sismicamente più resistenti ma con gli stessi materiali, le stesse tecniche, lo stesso stile. Così come si è fatto in Sicilia con la cupola del duomo di Noto oppure ma in questo caso il problema era un incendio con il teatro La Fenice a Venezia. Ci sono, invece, a mio avviso tre ragioni per considerare questa strategia fallimentare. La prima è che non si riesce mai a recuperare l'autenticità di ciò che si è perduto. Tutte le copie sono, per natura, infedeli: perché cambiano le tecniche costruttive e perché, comunque, in assenza di documentazione, si deve ricorrere all'invenzione. Alla Fenice di Venezia pare che abili artigiani abbiano ricostruito, fantasiosamente riprendendoli da altri esempi storici, interi partiti decorativi. E nelle nostre città tutelate dalle vigili ma, a mio avviso, miopi Soprintendenze copie più o meno infedeli si mescolano con un sempre minore numero di reperti originali, generando ricostruzioni non vere ma verosimili: cioè nello stile Disneyland anche se in versione un po' più colta e un po' meno kitsch. La seconda ragione è che il passato come il presente è segnato da errori e omissioni. Pensare di ricostruirlo senza emendarlo, arricchirlo e aggiornarlo è il delirio di una civiltà che non riesce a immaginare un futuro. È l'effetto mummia, il sogno macabro di troppi funzionari preposti alla tutela dei beni artistici: l'ostensione di un corpo privo di vita protetto da vetri, teche, cancellate. Ma poiché in una città la vita non la si può arrestare, un processo di aggiustamento avviene lo stesso. Si produce attraverso interventi che sfuggono alle maglie del potere ma che, sommati insieme, hanno un impatto devastante. Come testimonia il fatto che troppi centri storici, belli ma falsi come presepi, sono diventati spazi morti che espellono i loro abitanti oppure centri commerciali a cielo aperto, invasi da bar, ristoranti e fast food. La terza ragione è che non ha fondamento alcuno la credenza che tra passato e presente ci sia incompatibilità e che pertanto noi non saremmo autorizzati a intervenire sul nostro patrimonio se non per conservarlo. Tesi di chi non conosce la grande tradizione italiana di Carlo Scarpa, Gio' Ponti, Franco Albini, i quali hanno valorizzato piuttosto che mummificato e disconosce l'esperienza di altre nazioni per esempio la Francia, la Spagna, la Gran Bretagna, l'Olanda che sono riuscite a conciliare passato e futuro con esempi eccellenti. Ultima obiezione: troppi progetti moderni sono infelici. Certo, perché affidati ad architetti mediocri. Proviamo a chiamare, attraverso concorsi seri, i migliori e vedrete come cambierà. Una cosa è, infatti, far recuperare, anche attraverso inserimenti contemporanei, un centro storico terremotato a Renzo Piano, un'altra affidarlo all'amico di turno. Luigi Prestinenza Puglisi. Storico e critico di architettura. Tra i suoi saggi «Forme e ombre» e «HyperArchitettura», editi entrambi da Testo e immagine. È presidente della Associazione italiana di architettura e critica (www.architetturaecritica.it). Dirige la rivista internazionale «Compasses» (www.compasses.ae) e il blog «PresSTletter» (www.presstletter.com).
Sgarbi e Italia Nostra, non 'salvate' l'Emilia in stile Disneyland
Il professor Salvatore Settis e Vittorio Sgarbi sostengono che ricostruire i centri storici delle città colpite dai terremoti con gli stessi materiali, le stesse tecniche e lo stesso stile è una soluzione apparentemente semplice ma fallimentare. La prima ragione è che non si può recuperare l'autenticità di ciò che si è perduto, poiché le copie sono infedeli. La seconda ragione è che il passato è segnato da errori e omissioni e che ricostruire senza emendarlo è il delirio di una civiltà che non riesce a immaginare un futuro. La terza ragione è che non esiste incompatibilità tra passato e presente e che interventi moderni possono valorizzare il patrimonio storico.
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