Ma il nostro Paese attrae meno Dai musei alle spiagge, non c'è una visione strategica e culturale. Borletti Buitoni: «Per troppo tempo avanti a forza di inerzia». Sacco: «Si è sviluppata una cittadinanza attiva che vuole vivere emozioni» il paradosso Quarantasette siti Unesco e il più grande patrimonio artistico del mondo. Oltre a 7.500 km di coste e l'eccellenza a tavola. Può bastare questo a renderci ancora competitivi? Serve un cambio ma l'Italia continua a cullarsi sul passato. Urge un piano culturale di sviluppo Quarantasette siti Unesco e il più imponente patrimonio artistico e culturale del mondo. L'Italia è la patria della bellezza. Non c'è dubbio. E anche del mare, con 7.500 km di coste. E dell'eccellenza alimentare. Ma basta? Nell'era del turismo globale che si muove ormai su accessi 3.0 è sufficiente avere un patrimonio «straordinario» per fare del nostro Paese ancora la capitale del turismo? La risposta è «no». Nel Settecento e Ottocento l'Italia era la meta privilegiata dai viaggiatori europei del Grand Tour. Il viaggio m Italia era fondamentale per arricchirsi culturalmente. Nel 1970 era ancora il Paese più visitato al mondo. E oggi? L'Italia è la quinta destinazione, e fa fatica a tenere il passo: raccoglie il 4,5 del turismo mondiale (dieci anni fa la quota di mercato era del 6.1). Un miliardo di persone in tour Nel 1950 erano poche decine di milioni i viaggiatori nel mondo e il mondo era più «piccolo» e l'Italia più «centrale». Oggi i viaggiatori hanno superato il miliardo. E il turismo è un fenomeno globale e competitivo. Un grande mercato, in cui vince chi offre di più o lo sa proporre meglio. Dai siti Unesco, tanto per fare un esempio, l'Italia è capace di ricavare un terzo di quanto non ricavi la Cina (che ne possiede 41). Il museo del Louvre incassa da solo, in un anno, 36 milioni di euro in più di tutte le città d'arte italiane messe insieme. E se il turismo mondiale cresce, anche sedi poco ( 4,4), l'Italia perde appunto pezzi di «share». «Negli ultimi cinquant'anni si è assistito a un cambiamento epocale - fa notare Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai, il Fondo Ambiente Italiano, in libreria con Per un'Italia possibile (Mondadori) -: il viaggio ha smesso di essere un privilegio di pochi ed è diventato accessibile a molti. Il mondo si muove continuamente, persino nevroticamente e con facilità le nostre città d'arte si sono riempite di milioni di visitatori, creando l'illusione che, nonostante il danno terribile subito dal paesaggio italiano, l'economia del turismo fosse salva e crescesse comunque, quasi per forza d'inerzia. In realtà proprio l'espansione dell'industria del viaggio ha messo in evidenza le nostre debolezze, favorendo luoghi certamente meno ricchi dal punto di vista del patrimonio artistico e storico ma meglio capaci di preservarlo e promuoverlo». La grande sfida della cultura Un Paese, dunque, che si poggia sui fasti del passato piuttosto che proiettarsi verso una dimensione futura. «Il turismo non è l'effetto di politiche culturali e di sviluppo. Al contrario, ne è la conseguenza. Questo è il punto veramente strategico e rivoluzionario se vogliamo tornare appetibili. Il rapporto tra cultura e turismo è il tema fondamentale per la competitività di lungo termine del sistema Paese». E' la strada che suggerisce il professore Pier Luigi Sacco, docente di Economia della cultura e preside della Facoltà di Arti, Mercati e Patrimoni della Cultura allo Iulm di Milano, intervenendo alla prima fiera ArtTourism, che si è svolta nelle scorse settimane a Firenze. Un turismo che non è solo patrimonio, che rischia di "sbriciolarsi" per l'incuria come per le catastrofi a cui è esposto il Paese. È soprattutto una strategia. «La sfida culturale è stata colpevolmente trascurata, perché se ne sono decisamente sottovalutate le implicazioni di sviluppo - evidenzia Sacco -. Oggi siamo ancora legati a un'idea di cultura e turismo di tipo preindustriale, mentre il contesto sta rapidamente cambiando». Ci si trincera dietro «annunci spot» e formule prive di senso del tipo «puntare sulla valorizzazione dei beni culturali». «Cosa vuol dire? Come fa a generare turismo? L'industria culturale paga la mancanza di attenzione da parte di chi ha amministrato. E' una industria giovane, post-industriale. E non viene vista come dunque come industria. Non rientra fra i settori dello sviluppo economico». Eppure, di fronte a un mondo che cambia è la chiave di un turismo rinnovato. «Le nuove tecnologie, le nuove forme di produzione culturale che riguardano ciascuno di noi cambiano il turismo. Prima era il viaggiatore era un soggetto "passivo": comprava il pacchetto, pagava, vedeva e se ne andava. Oggi è diverso. La cultura è entrata nella quotidianità. C'è una cittadinanza attiva che produce fattori macro-economici fortissimi. Genera partecipazione. Mette in campo idee e fa opinione». Il «valore» di un bene non è più il bene in sé, ma quello che «trasmette». Creare un'atmosfera che attiri I visitatori stranieri che arrivano nelle nostre città d'arte italiane «vedono i 4-5 monumenti da cartolina e proseguono. Senza tornare. Senza portarsi via un desiderio. Ci sono città che non hanno nulla da offrire artisticamente ma sono poli di attrazione creativa straordinari». L'esempio è Newcastle, città dove vale la pena andare solo per l'atmosfera, il clima che si crea. «Noi questo l'abbiamo perso. C'era secoli fa - dice Sacco -. Si parla troppo in convegni e seminari, si danno i numeri bellissimi. Ma poi quale sensibilità c'è nei processi decisionali? Quanto sono sensibili e formati i decisori per affrontare queste sfide? Quello che c'era da dire si è detto. Ora si deve fare». E presto. Perché la tendenza è proprio questa. «I confini e i modelli dell'arte e della cultura sono sempre più labili - dice Laura Rolle, docente di Semiotica della pubblicità all'Università di Torino -. C'è la moda, l'artigianato, il restauro, le produzioni locali, le tipicità. La cultura sta nella trama del rapporto uomo-territorio. Prima interessava la destinazione. Ora ci interessa l'esperienza che possiamo vivere in quel luogo. C'è una visione più soggettiva. Non ci sono più le cose "imperdibili", ma fenomeni, design, cucina che può interessarci e dare valore non assoluto, ma relativo, rispetto alle nostre esigenze. Anche il lusso è relativo al nostro senso di benessere. E se prima si andava in una città in quanto tale. Adesso si cerca la città organismo vivente che produce e ospita cultura». Non solo tutela, anche sviluppo Ecco la valorizzazione. Vera. Che fa il paio con la tutela, che è conservazione ma è anche sviluppo. Così la domanda è quella che pone Borletti Buitoni: «La cultura salverà il nostro Paese?». La risposta è sì. «Investendo nell'educazione diffusa si può costruire un futuro diverso. Dobbiamo ripartire da qui, dal riaccendere questa luce - che ci appartiene da secoli - nel nostro avvilito e irriconoscibile Paese, e dobbiamo farlo senza sprecare altro tempo perché altrimenti si rischia di perdere la memoria non solo delle cose e dei beni, ma anche quella delle persone e della loro storia. E allora davvero un tunnel senza fine di aprirebbe davanti a noi, non più memori dei quello che siamo stati, quindi incapaci di costruire il nostro futuro e vittime del male peggiore, più pericoloso e accecante che possa affliggere una società: l'ignoranza». La strada è segnata. Pena il lento, inesorabile declino. Che il nostro Paese non merita. E non può permettersi. Se il turismo è un settore strategico, allora serve la strategia. Ampia, a tutto tondo. Dai musei alle coste. Il nuotatore 3.0 «cambia» spiaggia e mare. E lo fa navigando. In rete. E nel mondo. Cercando qualcosa di più di un tour che può fare anche soltanto online. Vuole vivere un'emozione. Che buchi davvero lo schermo. DECRETO SVILUPPO ECCO LE NOVITÀ INTRODOTTE DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI Riorganizzazione della rete Enit Avviato un percorso di razionalizzazione delle 25 sedi estere attraverso sinergie con la rete delle ambasciate e gli uffici dell'Ice. L'obiettivo è quello di una maggiore efficienza a supporto della promozione turistica del nostro Paese (il nuovo Enit sarà il braccio operativo delle Regioni sui mercati internazionali) e minori costi. Attesi risparmi per oltre 12 milioni di euro. Fondazione Studi Universitari e di Perfezionamento del Turismo L'obiettivo è quello di colmare il gap formativo degli addetti al settore che l'Italia sconta rispetto ai principali competitor e sviluppare professionalità e competenze ad hoc per l'industria turistica del futuro. L'attenzione è rivolta soprattutto al Sud, che soffre una grave mancanza di competitività nonostante l'enorme potenziale storico, artistico ed ambientale. Reti d'impresa Al fine di favorire la formazione di soggetti imprenditoriali dotati di maggiori risorse e massa critica per poter meglio competere in un mercato sempre più evoluto, realizzazione di progetti pilota per la creazione di reti di impresa e filiera tra aziende turistiche italiane. Il budget è pari a 8 milioni di euro. Su richiesta del ministro Gnudi, il Dl Sviluppo prevede l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un fondo finalizzato alla realizzazione di nuovi impianti sportivi o alla ristrutturazione di quelli esistenti, con una dotazione finanziaria pari a 23 milioni di euro.
Avvenire
17 Giugno 2012
Turismo all'italiana. Le nuove rotte dei viaggiatori 3.0
GI
Giuseppe Matarazzo
Avvenire
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Bene culturale
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