Alessandro Marabottini viveva ancora nella grande casa fiorentina in cui era nato, il 7 ottobre del 1926: una casa costruita dal suo bisnonno ai bordi di Piazza D'Azeglio, quando Firenze era la capitale d'Italia. Quella casa meravigliosa era il vero ritratto di Sandro: una biblioteca imponente, una straordinaria collezione di quadri del Seicento (Lanfranco, Pietro da Cortona, Claude Lorrain e molti altri), un labrador spericolato, il gatto Nerino che piroettava con grazia temeraria tra le terrecotte barocche e i gessi neoclassici. Marabottini era un grande conoscitore, e lo era nel modo in cui lo si poteva essere cent'anni fa: spaziava dal Duecento ai Macchiaioli (cui aveva dedicato la bella mostra romana del 2000), ed era un viaggiatore instancabile, un ottimo disegnatore e pittore, un acquirente occhiutissimo di disegni e dipinti catturati per pochi soldi su bancarelle ignare, o in aste superficiali. Come storico dell'arte fiorentino era decisamente anticonformista: aveva ignorato il sole pieno del nostro rinascimento, preferendo il gotico raffinato di Giovanni da Milano, la penombra del Seicento fiorentino (con l'importante monografia sul pittore Jacopo da Empoli) o lucchese, l'eccentricità di Polidoro da Caravaggio. Del resto, Marabottini aveva completato la propria formazione a Roma, e poi aveva insegnato a Messina e a Perugia. Anche come italiano è stato felicemente eccentrico: non fazioso, non iroso, non fanatico. Ma laico, aperto e ironico. Durante la sua giovinezza, la storia dell'arte italiana era ferocemente divisa tra la scuola romana di Lionello Venturi e quella fiorentina di Roberto Longhi. Marabottini era legato a Venturi, ma ha sempre ignorato il filo spinato. Uno dei suoi grandi amici era il longhianissimo Giuliano Briganti, e quando nel 1953 si aprì a Roma la celeberrima mostra di Picasso, Marabottini non esitò a fare la caricatura del vecchio Venturi, che vanitosamente ostentava il suo rarefatto colloquio con l'ermetico padre della pittura moderna. Erano in fondo l'ironia e l'understatement i sentimenti che più lo accomunavano al grande storico dell'arte inglese Francis Haskell, col quale Marabottini ha condiviso un'amicizia fraterna lunga una vita. Ma questa ironia non voleva dire distacco aristocratico. I suoi editoriali degli ultimi anni, sulla rivista «Commentari d'arte», contano tra le più lucide analisi dello stato drammatico del patrimonio storico e artistico (che, scriveva, «non è affatto il petrolio d'Italia»). Nel 2011, per esempio, si chiedeva cosa mai c'entrasse la Protezione civile con la tutela delle opere d'arte: domanda di terrificante attualità di fronte ai campanili emiliani che la Protezione civile fa oggi saltare con la dinamite. Questa garbata passione civile non era tessuta solo di idee. Con una scelta nobilissima e inaudita, Marabottini ha voluto lasciare i suoi quadri agli studenti dell'Università di Perugia. Saranno conservati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (l'università, in questi tempi bui, non potrebbe mantenerli come si deve), ma il testamento precisa che essi appartengono moralmente agli studenti, i quali sono autorizzati, e anzi invitati, non solo a guardarli, ma a staccarli dal muro e maneggiarli: proprio come faceva Sandro, con infinito piacere e rarissima perizia. Perché le opere d'arte non sono soprammobili di lusso, ma una misteriosa unione di altissimi testi poetici e umilissima materia: a questa unione, Sandro Marabottini ha dedicato la sua lunga vita. Gliene saremo per sempre grati. Tomaso Montanari
In memoriam - La spericolata arte di Marabottini, tra gatto e Seicento
Alessandro Marabottini, storico dell'arte fiorentino, viveva nella sua grande casa fiorentina, costruita dal suo bisnonno, dove era nato nel 1926. La casa era piena di oggetti e arte, tra cui una biblioteca e una collezione di quadri del Seicento. Marabottini era un grande conoscitore dell'arte, con una vasta conoscenza che spaziava dal Duecento ai Macchiaioli. Era un viaggiatore instancabile e un ottimo disegnatore e pittore. Come storico dell'arte, era anticonformista e aveva ignorato il sole pieno del Rinascimento fiorentino, preferendo invece il gotico raffinato di Giovanni da Milano e la penombra del Seicento fiorentino.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo