A INFILARSI nel suo complicato intrigo di vicoli di giorno, non è difficile scambiarla per una città morta. Agonizzante, invece, agli occhi di chi la conosce e sa come la notte Bari vecchia diventa cittadella della movida col suo claustrobico dedalo di locali. Non fosse per i croceristi che ormai quotidianamente ne visitano i tesori, s'incontra poca gente di giorno nella città vecchia. Uno sparuto mucchio di ragazzi occupa la scalinata di piazza Chiurlia, la porta d'ingresso che scegliamo alle 10 del mattino per avventurarci nel cuore antico di Bari. E sembra di ricevere un pugno in un occhio quando lo sguardo s'imbatte sulla gigante svastica e sulle altre scritte che imbrattano le mura, sotto gli archi. Niente male, si fa per dire, come biglietto da visita. Ma basta percorrere pochi metri per capire come il degrado e l'abbandono, oltre i presunti fasti della vita notturna, siano ben presenti. Lì dove aveva sede la circoscrizione il portone è chiuso e, sopra, un'impalcatura tiene in sicurezza una finestra: "ras-sicurante" se è vero che qui ora c'è la Direzione regionale per i Beni culturali. Non è che l'inizio. In strada Bianchi Dottula appare il primo degli antichi palazzi che, in stato d'abbandono, sono ormai fatiscenti. Ecco i segni della città morta. Certo fra una corte e l'altra le donne lustrano le chianche con la varichina, ma oltre è la sporcizia a far da padrona. In piazza Corridoni, alle spalle della cattedrale, i numerosi cassonetti della spazzatura sono già stracolmi, finché non approdiamo in largo Albicocca. È qui che si comincia a percepire il senso di appropriazione dello spazio pubblico: per chi vive in un sottano lo spazio immediatamente esterno viene vissuto come un prolungamento della propria casa. A modo loro, a onor del vero, gli abitanti ci hanno messo un bel po' di piante, a colorare con un verde altrimenti introvabile se non malridotto. In largo Ruffo, invece, dinanzi a Santa Scolastica, va peggio: una delle poche panchine in legno è stata sradicata e fatta propria dai residenti che la usano come seduta per un tavolo dove pranzare. Ma ora, al di là di questo estremo di inciviltà, l'assenza di uno spazio pubblico libero da auto è un problema reale a Bari vecchia. Te ne accorgi in piazza San Pietro, un parcheggio a tutti gli effetti, come in largo Santa Chiara ingolfato di autovetture e, qui, viene da chiedersi come si sia mai potuto immaginare di allestire un fazzoletto di area ludica nel bel mezzo dei gas di scarico. Una scelta che la dice lunga sulle strategie messe in campo a tutela dell'infanzia, condannata così a continuare a giocare per strada o, nel migliore dei casi, nei due campetti di calcetto ai piedi del Fortino, la cui terrazza è serrata da tempo. Peccato. Sarebbe stata una "macchia" di bellezza in una promenade, quella di via Venezia, consegnata a un degrado talora disastroso. Finanche un tratto della ringhiera, sul lato che s'affaccia sull'interno, è distrutto e transennato alla men peggio. Per tacere delle scritte che imbrattano i muretti o la facciata del museo nicolaiano. Anche strada Palazzo di città non se la passa meglio, sebbene attraversata dal viavai di turisti e pellegrini in transito dalla basilica. E fa tristezza, invece, che ai piedi di palazzo Starita, in piazza del Ferrarese, al posto delle gigantesche palme che facevano parte integrante del prospetto, lì proprio dove si stagliavano i tronchi ci siano i tavolini di un ristorante. È la Bari vecchia delle grandi abbuffate a dettare legge se pure una piccola via, come strada Manfredi, è stata ormai trasformata in una mangiatoia tale è la densità di locali. Al pari di quanto accade, immediatamente prima, in piazza Mercantile. Qui il peccato originale si chiama piano Urban e, se ci si fosse preoccupati di diversificare, oggi Bari vecchia non avrebbe vissuto soltanto di notte. E magari qualcuno si sarebbe preoccupato pure di proteggere i resti a cielo aperto della chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio, le cui iscrizioni rischiano di essere cancellate ora dall'incuria e dalle erbacce che le trafiggono.