Nemmeno troppi anni fa (diciamo una ventina) appaiare la parola «sponsor» al concetto di Beni Culturali comportava, da parte degli addetti ai lavori, l'iscrizione all'indice dei reprobi complici del bieco capitalismo desideroso di divorare la cultura di proprietà pubblica. Ora viviamo una stagione diametralmente opposta, come spesso avviene in un Paese abituato a contraddirsi perché le vie di mezzo sono bandite. Crollano stucchi e calcinacci della Fontana di Trevi? Un sol grido s'ode dall'amministrazione: lo sponsor! urge uno sponsor! La sovrintendenza comunale, diretta dal creativissmo Umberto Broccoli, ha nei cassetti un bel piano per il recupero integrale di quelle mirabili fortificazioni che sono le Mura Aureliane, con tanto di piano per il riuso pubblico dei camminamenti? Riecco lo slogan che echeggia dal Campidoglio: lo sponsor! ci vuole a tutti i costi uno sponsor! E lo stesso dovrebbe valere per San Pietro in Vincoli. Ci sarebbe un po' da ridere, ripensando a vent'anni fa. Ma qui dobbiamo fare i conti con risorse inesistenti, uno straordinario patrimonio da tutelare e salvaguardare, leggi e regolamenti figli invece di un altro secolo (il Novecento) e di una realtà amministrativa lontanissima ormai dall'attuale. C'è però da sottolineare un aspetto, che non riguarda alcuno sponsor ma solo la mentalità «politica» di questa città. Ovvero la famosa cultura della manutenzione e della vigilanza, in Italia pressoché inesistente. Lo ha ammesso proprio Broccoli, per esempio sulla Fontana di Trevi: «L' ultimo restauro importante è del 1990, poi ne è stato fatto un altro nel 2000». Ovvero da tredici anni non ci sono controlli sistematici su un gioiello architettonico complesso, articolato, davvero «monumentale» nel senso più tecnico e fisico della parola come la Fontana di Trevi. In buona sostanza: cerchiamoci anche uno sponsor (senza cadere nel macchiettismo e nell'automatismo). Ma bisogna abituare la macchina comunale, magari in stretto contatto con quella statale, a un periodico «tagliando» del nostro patrimonio, soprattutto quello architettonico. Altrimenti non ne usciremo mai e saremo costretti ad essere vittime di quell'altra abitudine mentale, completamente opposta, avvilente e tipicamente da Paese sottosviluppato: la cultura dell'emergenza. Che produce costi ben più alti (un crollo è un crollo), tempi più lunghi, danni più devastanti, usura assai più pericolosa per la longevità complessiva del bene. Senza una cultura della manutenzione, Roma rischia davvero di perdere non solo simbolicamente dei pezzi: inquinamento atmosferico, vibrazioni da traffico possono polverizzare ciò che abbiamo ereditato da generazioni e generazioni. Insomma, uno sponsor ci vorrebbe, certo: per una bella cura di controllo complessiva su alcuni monumenti principali della città. Forse sarà un'impresa meno spettacolare e pubblicizzatile: ma le nuove generazioni avranno uno straordinario debito di riconoscenza. Un tempo si chiamavano mecenati. Chissà che anche oggi un «marchio» illuminato non capisca che si tratterebbe di un gesto davvero grande, nobile, duraturo.
L'emergenza e gli sponsor
La sovrintendenza comunale di Roma ha un piano per il recupero integrale delle Mura Aureliane, ma richiede uno sponsor per finanziare il progetto. Il piano include il riuso pubblico dei camminamenti. La sovrintendenza ha ammesso che non ci sono controlli sistematici su un gioiello architettonico complesso come la Fontana di Trevi da tredici anni. La città di Roma ha una cultura della manutenzione e della vigilanza inesistente, che produce costi alti e danni devastanti. La sovrintendenza richiede uno sponsor per finanziare il recupero delle Mura Aureliane e per garantire la manutenzione dei monumenti principali della città.
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