Dinamiche moscovite Dopo dodici anni di abbandono il vecchio edificio ospita la prima Biennale di arte contemporanea della capitale russa È ospitata in un luogo d'eccezione la prima Biennale d'arte contemporanea di Mosca, che si è aperta nei giorni scorsi nella capitale russa e che si potrà visitare fino alla fine di febbraio. La sede espositiva centrale della mostra, che ospita opere di quarantun artisti provenienti da oltre venti paesi, è infatti il vecchio Museo Lenin, chiuso da Boris Eltsin nel 1993, e da allora rimasto vuoto e inutilizzato. L'assenso per l'utilizzo del grande edificio ottocentesco cremisi e bianco, nel cuore della città, a pochi metri dalla Piazza Rossa, è peraltro arrivato all'ultimo momento, ai primi di dicembre, giusto in tempo per consentire l'allestimento delle opere. Ma nonostante le controversie e le difficoltà che hanno preceduto l'evento, appare chiaro che - sia pure con qualche esitazione (il ministro della cultura Aleksandr Sokolov ha preferito non intervenire all'inaugurazione, mandando invece un suo vice) - il governo russo ha deciso di puntare sulla Biennale, per la quale ha investito un milione e mezzo di dollari, sui quattro milioni complessivi del budget. «Questa sede è sicuramente ricca di simboli, ma del resto il ruolo dell'arte consiste proprio nel creare frizioni intellettuali, anche se noi partiamo da un atteggiamento di rispetto», ha dichiarato Daniel Birmbaum, rettore della Stadelschule di Francoforte e uno dei sei curatori internazionali della manifestazione insieme a Joseph Backstein, Iara Boubnova, Nicolas Bourriaud, Hans Ulrich Obrist e Rosa Martinez (che insieme a Maria de Corral è stata chiamata a dirigere anche la prossima edizione della Biennale veneziana). E certamente proprio per mettere in luce gli aspetti conflittuali, ma non necessariamente negativi, dell'arte contemporanea, «fra responsabilità sociale, nuova consapevolezza' e estetica dell'interazione'» (come recita il testo di presentazione), il titolo del progetto centrale di questa prima Biennale moscovita è Dialettiche di speranza, citazione di un saggio del sociologo Boris Kagarlitsky, una delle voci più influenti dell'attuale vita politica russa, direttore dell'Istituto per gli studi sulla globalizzazione di Mosca. All'interno di questa sezione (alloggiata appunto presso l'ex Museo Lenin) sono presenti opere di giovani artisti internazionali, come l'austriaco Constantin Luser, la polacca Paulina Olowska, la cinese Yang Fudong e gli italiani Micol Assael e Diego Perrone (quest'ultimo pendolare da tempo fra Asti e Berlino), e naturalmente anche di diversi russi, come i due «Nasi azzurri» («Blue noses») Vjaceslav Misin e Aleksandr Shaburov, che fra l'altro propongono in un video proprio un'immagine della salma di Lenin colta da un attacco di tosse. Ma accanto a Dialettiche di speranza, la Biennale di Mosca presenta numerosi progetti speciali allestiti in diverse sedi, a cui sono stati chiamati a partecipare anche artisti molto noti, come Bill Viola, Ilya Kabakov e Christian Boltanski, autore, in questa Biennale, di una installazione, «I fantasmi di Odessa», in cui attraverso vecchi oggetti rielabora le storie che gli raccontavano i nonni, entrambi provenienti dalla città sul Mar Nero, e ricrea una sua Russia, come «terra sognata».
L'arte entra nel museo di Lenin
La prima Biennale d'arte contemporanea di Mosca si è aperta nei giorni scorsi nella capitale russa. La sede espositiva centrale, il vecchio Museo Lenin, è stata utilizzata per la prima volta dopo dodici anni. La mostra, che ospita opere di quarantun artisti provenienti da oltre venti paesi, è stata organizzata con un budget di quattro milioni di dollari. Il titolo del progetto centrale è "Dialettiche di speranza", che si riferisce a un saggio del sociologo Boris Kagarlitsky. La Biennale presenta numerosi progetti speciali allestiti in diverse sedi, a cui sono stati chiamati a partecipare anche artisti molto noti.
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