Le carte e i documenti dell'archivio privato di Giorgio Strehler custodite nelle 124 casse che Andrea Jonasson e Mara Bugni hanno donato al Comune di Trieste e che andranno a costituire il Fondo Strehler nel Museo Teatrale Schmidl, contengono anche «materiale artistico». Così descrive il lascito il Comune di Trieste: «Un nucleo bibliografico di oltre 1.500 pezzi, materiali archivistici comprendenti carteggi con personalità del mondo del teatro, fotografie di spettacoli strehleriani sin dal 1970, scritti sul teatro, copioni con appunti di regia manoscritti, bozzetti teatrali e le registrazioni audio e video di spettacoli», Nel carteggio, in particolare, figurerebbero anche lettere a Grassi, Brecht e Fellini. Le reazioni triestine ai malumori milanesi rispondono all'idea di un profondo rispetto per la città d'origine del regista. Lo hanno affermato le due donatrici e l'assessore alla Cultura di Trieste, Parte Lippi: «Su questo archivio abbiamo lavorato a lungo. Porse Milano non ha fatto altrettanto». Resta infatti l'amaro In bocca in chi, come Nina Vinchi, ha conosciuto tutti gli attori di questo melodramma. «Lo sento un po' un tradimento, perché sarebbe stato giusto che Milano avesse tenuto tutto Strehler. Della Bugni non parlo; quanto alla Jonasson dico che forse qualche personalità della città doveva intervenire prima e convincerla a lasciare qui le carte! E' Milano che ha sbagliato, che ha lasciato fuggire la memoria di Strehler». L'origine della decisione di donare le carte a Trieste potrebbe essere nata dair«allontanamento» tra il regista, le eredi e Milano. Una disaffezione consumata ai tempi della giunta leghista, con assessore Philippe Daverio. Che non se ne pente. «Una rottura che mi fa onore. A me fa piacere che le carte siano a Trieste. Quando sedevo in consiglio comunale, sia la destra sia la sinistra odiavano Strehler. Nemmeno io darei le miei carte a Milano perché non c'è rapporto tra questa città e gli intellettuali». E questa è una tesi sposata da molti. Anche da Dario Fo, il cui archivio contenente una massa imponente di carte e dipinti, per ora, è in un magazzino tra Gubbio e Perugia. «Temo che a Milano succedano da anni episodi che hanno insospettito gli ambienti intellettuali. Un tempo il Comune non si interessava alle donazioni, specie di quadri, e cosi molte tele sono finite nei musei svizzeri. Bisogna cambiare tendenza, insieme». Ma è lo stesso premio Nobel a essere scettico sulla possibilità che la città apra un'era nuova con i suoi intellettuali, specie quelli scomodi. «Per ora, assieme a mio figlio, sto mettendo in ordine le carte in un capannone con pitture e progetti scenografici. Ci sono le traduzioni delle mie opere, la mia biblioteca e le documentazioni di ogni rappresentazione dei miei lavori». Donerebbe tutto a Milano? «Ma...Chissà come finirebbero esclama . Milano e la sua Provincia hanno dato una quantità enorme di artisti non sufficientemente considerati, e qui non c'è un luogo dove conservare il loro materiale con la giusta evidenza». E mentre il direttore del Franco Parenti, Andrée Ruth Shammah, assicura che «le carte di Franco Parenti sono poche, e sono tutte al Pier-lombardo», il sovrintendente alla Scala, Carlo Fontana, opera dei distinguo: «Strehler era legato indissolubilmente al Piccolo Teatro, e se ci sono lettere relative al lavoro da lui svolto qui che dovrebbero essere custodite nell'archivio del Piccolo». E i cantanti? «Per i cantanti è diversoconclude Fontana . Non sono legati a un solo teatro. Renata Tebaldi, recentemente scomparsa, nel suo testamento ha lasciato al museo della Scala medaglie e ricordi della carriera».