IL RESOCONTO sull'agibilità del palazzo di giustizia di via Nazariantz fatto dalla qualificata commissione di tecnici incaricata è impietoso. Si diceva da tempo di problemi statici (ma anche igienici e organizzativi) di quel complesso ma apprendere ora che una sua metà fonda su terreno del tutto infido, di riporto, e potrebbe venire giù come i tragici capannoni industriali in Emilia al prossimo sisma serio che ci colpisca è altra cosa. E per carità di patria glissiamo sul paradosso dell'edificazione e dell'acquisizione di quel complesso, entrambe di assai incerta legittimità, al cuore della sostanza e dell'immagine della giustizia locale. E' indubbio che quel cattivo palazzo ospiti, sia pure male, funzioni essenziali alla città, che occorra rapidamente sostituirlo. Ma come far ciò, in un momento in cui le risorse scarseggiano a ogni livello, dallo stato alla regione, al comune? Difficile domanda. Ragionevole osservare che purtroppo si è lasciato che anni passassero invano, nell'abbondanza di inconcludenti discussioni. EMENTRE l'inazione regnava una vicenda correlata, quella della privata "cittadella della giustizia", un colosso di oltre un milione di metri cubi prossimo a sorgere nella campagna settecentesca a sud dello stadio dei mondiali, mieteva successi giuridici contro un comune disattento. Nel primo mandato dell'attuale amministrazione Emiliano, alcune opzioni per dare respiro adeguato al polo giudiziario restavano aperte, a fronte della prospettiva conflittuale di una "cittadella" privata innalzata nel cuore del 'cuneo' occidentale di campagne residue apprestato intorno alla metà del secolo scorso per l'ecologia di una città centrale assai densa. Si trattava di costruire il nuovo plesso di corso della Carboneria, in integrazione al vicino palazzaccio ora condannato allo sgombero ma che allora forse si riteneva consolidabile, potenziare con rinnovi di edifici e parti adiacenti del quartiere Libertà il bel complesso costruito in piazza de Nicola negli anni 1960 a valle di un intelligente concorso, inserire nel sistema delle sedi giudiziarie la grande archeologia industriale dismessa della Regia Manifattura Tabacchi. Le soluzioni al problema sono oggi seriamente vincolate, uscito di scena il gigante d'argilla allineato profeticamente? sul triste viale del cimitero dedicato al poeta armeno del canto cosmico generale. Irrealistico è l'ambizioso recupero urbano solo pochi anni fa alla portata del comune e della sua strategia. Di recente solo le attenzioni per il grande e pregevole ospedale militare dismesso Bonomo con il suo parco sembrano attingere un livello di proposta politica qualificata. Ma si tratta di soluzioni lontane dal pieno potere degli attori rilevanti, comune, regione, e ministero della giustizia. La strada pare dunque spianata all'ulteriore privatizzazione della città, all'alienazione del suo spirito e spazio civico: prima affittare, si dice, uno dei tanti tristi palazzi della periferia innalzati per creare rendite di posizione e di attesa (quasi mai per rispondere alla domanda del mercato, spesso su suoli destinati a spazi pubblici e pagati poco o niente), in realtà un'attesa che la nota inefficienza dell'attore pubblico lo butti in braccia al privato più attivo, poi, volgersi a una più stabile soluzione (forse quella sempre privata della cittadella, dopo anni e enormi spese per fitti?). Si afferma in comune e in regione, ma forse senza tanta convinzione, che la riorganizzazione per il XXI secolo del polo della giustizia a Bari sarà guidata dalla sfera pubblica e che l'ambiente naturale sarà preservato. Politiche pubbliche non consequenziali porterebbero, nella funzione ideale e essenziale della giustizia, a un ulteriore confinamento dello spirito pubblico della città in un dilagante spazio amorfo. D'altra parte conviene che l'attore pubblico, se non riesce a assolvere ai suoi compiti essenziali, piuttosto che adagiarsi in un'attesa esiziale per città e regioni d'Europa alle prese con sfide globali, si volga anche a altri che possano aiutarlo. Ciò deve però sempre avvenire inquadrando le partnerships in corretti meccanismi di democrazia e di mercato che evitino di escludere la parte più meritevole della comunità.