Le gallerie appena aperte o rinnovate e il difetto di una visione d'insieme Non sempre i dati parlano chiaro, soprattutto in una materia come quella dei beni culturali in cui il rapporto tra dare e avere non è necessariamente una lineare operazione algebrica. E i dati sono questi: da un lato dicono come l'offerta museale palermitana è stata fortemente rinnovata nell'arco di poco più di un lustro; dall'altro confermano che, in termini di visitatori e di appeal turistico, i musei cittadini continuano a segnare il passo non riuscendo cioè a imporsi come presenza catalizzatrice e restando, in gran parte, luoghi di nicchia. Il primo museo a rinnovare sede e percorsi è stato, in ordine di tempo, la nuova Galleria d'arte moderna inaugurata a Sant'Anna nel dicembre del 2006; sono seguiti Riso, il museo d'arte contemporanea della Sicilia inaugurato nel febbraio del 2009, Palazzo Abatellis, riaperto nel novembre dello stesso anno con la nuova ala che ospita la sezione seicentesca e, nella scorsa estate, il Museo Diocesano riallestito finalmente in modo confacente alla importanza delle sue collezioni. La new entry, appena un mese fa, è Palazzo Branciforte recuperato da Gae Aulenti anche come spazio contenitore delle raccolte della Fondazione Banco di Sicilia, e si attende a breve la riapertura del Museo archeologico Salinas, anche qui con un allestimento che amplia notevolmente spazi e percorsi. Altri spazi minori andrebbero aggiunti a questo elenco: l'Oratorio dei Bianchi, che ha ospitato gli stucchi di Serpotta provenienti dalla distrutta chiesa delle Stimmate, Palazzo Ajutamicristo, che aspira ad essere il Museo della Soprintendenza, il Museo del Mare nella sede dell'Arsenale. È molto, è poco? Con l'eccezione di palazzo Branciforte, la cui idea e la cui realizzazione sono maturate in pochi anni, si tratta di progetti dibattuti da decenni, arrivati all'appuntamento fatidico del giorno inaugurale con uno strascico inevitabile di mutamenti di rotta e ripensamenti, concepiti come tasselli tra loro separati eppure, in parte, legati l'uno all'altro. Le collezioni del Diocesano si intrecciano con quelle di Palazzo Abatellis, la raccolta archeologica di Palazzo Branciforte dialoga con quella del Salinas, la stessa Gam ha una palese convergenza con i dipinti dell'Ottocento e del Novecento siciliano di Villa Zito (che la Fondazione Sicilia si appresta a rinnovare). Pur con alcuni vuoti il Settecento, ancora in gran parte nei depositi della Galleria regionale, il Museo della Città, ogni volta proposto e ogni volta rimasto nel novero delle mere ipotesi, la seconda metà del Novecento, mai adeguatamente musealizzata si tratta di una rete espositiva dimensionata alla storia e alla misura di una città come Palermo. Migliorabile certo, e anche significativamente ampliabile. Se i musei palermitani difettano di seduzione, non è quindi a causa dell'assenza dei servizi aggiuntivi (bookshop, caffetterie e ristoranti, quando ci sono, non sempre sono in attivo) o per chissà quali carenze. Da un lato, soffrono di quell'eccesso di spettacolarizzazione che dagli anni Ottanta in avanti è stato garanzia del successo dei musei, anche a prescindere dalle collezioni, e che da noi ha poche carte da giocare: niente impressionisti, o Picasso o Caravaggio a fungere da magnete, nessun Pei o Frank Gehry a calamitare le folle con mirabolanti invenzioni architettoniche. Ma anche nessuna strategia d'insieme, nessun gioco di squadra per mettere insieme musei e territorio, raccolte e città, secondo un modello di lettura del patrimonio storico-artistico che Salvatore Settis indica da anni come la vera peculiarità, e la vera risorsa italiana. Insomma, come si dice, per fare sistema. Sotto questo profilo, e nonostante un paesaggio museale fortemente rinnovato, siamo quasi all'anno zero. Eppure, alcune delle mosse da fare sono semplici, e indicate come prioritarie da una serie di studi di settore. Primo: tutti i musei sopraelencati insistono su porzioni della città antica che, aldilà del parziale recupero edilizio in corso da un decennio, rimangono bloccate in scacco tra investimenti immobiliari da una parte e pub e ristoranti dall'altro. Il recupero a una fruizione più ampia di queste aree del centro storico è quindi un passaggio propedeutico fondamentale, ad esempio con una politica di pedonalizzazione che non costringa i visitatori a fare lo slalom tra auto e smog per spostarsi da un luogo all'altro (quanto potrebbe avvantaggiarsi Riso da avere come proscenio una piazza Bologni liberata dalla sua destinazione a parcheggio abusivo?). Secondo: integrare i percorsi dei musei con quelli di un tessuto artistico spesso misconosciuto. Quanti tra i visitatori di Palazzo Abatellis sanno che le sculture di Laurana e Gagini esposte al piano terra trovano sponda, a poche centinaia di metri, nella chiesa di San Francesco d'Assisi, o che il dipinto di Van Dyck al primo piano ha la sua ragione storica nella grande e poco distante pala dell'Oratorio del Rosario? Terzo: migliorare e innovare la didattica museale, su cui con buoni risultati, hanno puntato molto sia la Gam che Riso, così da allargare pubblico e fruizione. Una visione di sistema, insomma, che richiede accordi programmatici tra i diversi attori, dal Comune alla Soprintendenza, dalla Regione alla Curia. L'ultima postilla è per i Cantieri: in particolare per quel padiglione individuato come Museo d'arte contemporanea con un concorso bandito dalla vecchia giunta Orlando, vinto da uno studio di Napoli che ha consegnato i lavori da oltre due anni. Il sistema di illuminazione è inadeguato, le strutture di allestimento inesistenti, ma quello spazio è da allora ermeticamente chiuso. Aprirlo con una nuova progettualità sarà una delle sfide della nuova amministrazione.