Archeologia. Studio Cnr nel Lazio e in Puglia: fino al 94 le aree non censite. I casi di Fregene e Cerveteri LA PERDITA di troppe emergenze del nostro patrimonio d'arte e passato costa un punto di Pil, prodotto interno lordo, soltanti in termini economici: perché quelli culturali non si possono nemmeno valutare. In Italia è noto soltanto il dieci per cento dei beni archeologici che esistono: anche per questo molti sono a rischio. In certe zone dell'Etruria attorno a Roma, da dove provengono le antichità pagate più care sul mercato nero internazionale, quasi un sito su cinque è stato saccheggiato dai tombaroli; ma compie più danni l'agricoltura intensiva: dal 1970 a Veio, il suolo si è abbassato un metro e mezzo; e sulla via Prenestina, delle 856 emergenze archeologiche rilevate nel 1970, 611 sono ormai distrutte dall'urbanizzazione. Al Consiglio nazionale delle ricerche si ascoltano cifre da far accapponare la pelle, nel primo giorno del convegno dedicato ai Beni che perdiamo. Frutto della ricognizione compiuta dal Sistema informativo territoriale del Cnr, per ora nel Lazio e in Puglia, con il supporto di quattro università e dei Beni culturali. Spiega Marcello Guaitoli, ricercatore del Cnr, dell'ateneo del Salento: «Le aree non censite vanno da un minimo del 67 per cento nella zona di Taranto, a un massimo del 94 nella provincia di Lecce, a Neviano. Ma a Fregene, 20 chilometri quadrati, abbiamo trovato 77 evidenze archeologiche, di cui il 72 per cento in precedenza non era noto, e due sole sono vincolate; il 13 per cento di quelle esistenti nelle fonti antiche, non si trovano più; un altro 11 per cento è andato totalmente distrutto; sei su dieci, danneggiate dai lavori agricoli intensivi». A Torrimpietra, su 842 rilevate, solo tre sono vincolate e 15 note alla soprintendenza; in altri archivi e nella Carta dell'agro ce ne sono circa 300; ma 50 sono andate del tutto distrutte, 28 in modo doloso; e di 86 gli scavi clandestini hanno lasciato ben poco. E' il quadro impietoso dell'Italia che sta seduta su un tesoro, e non lo sa; di un Paese che spreca la sua più grande ricchezza. Archeologia, e non soltanto. In uno dei Comuni percorsi nel Sud palmo a palmo, il centro storico di Ugento in provincia di Lecce, su 823 luoghi significativi censiti si contano 59 superfetazioni e sopraelevazioni; 65 sottrazioni di parti architettoniche; 38 distruzioni; 220 interventi impropri o parti originali sostituite; oltre 150 ciascuno gli intonaci non compatibili, le facciate rifatte come non si doveva, i loro coloro inadeguati, i serramenti non idonei: una strage di bellezza dissolta. Perdiamo davvero troppi beni culturali. «Nel Tarantino, gli scavi di frodo riguardano un sito su quattro. Ma a Veio si sono distrutti oltre uno su tre; e la metà di quelli che abbiamo trovato non erano nemmeno noti: quindi impossibili da proteggere e da salvaguardare, da tutelare», spiega ancora Guaitoli. Il presidente del Cnr Luigi Nicolais racconta l'importanza di questa ricerca (e anche delle altre, troppo dimenticate dalle risorse pubbliche); il generale Pasquale Muggeo, che è a capo dei carabinieri per la tutela, di 80.500 antichità recuperate nell'ultimo biennio; Roberto Borsa (Agenzia spaziale), che i satelliti Cosmo «vedono» fino ad un metro di risoluzione: misurano al millimetro gli spostamenti, di oggetti, ma anche di terreno; Luigi Malnati, che dirige al ministero dei Beni culturali l'archeologia, spera che con questi nuovi metodi si possano bloccare i tombaroli; il capitano dei carabimieri Massimiliano Quagliarella mostra una fruttifera osservazione dall'elicottero: due bloccati, in casa un intero santuario votivo di pietre dure incise, a Ostia. Giovanni Carbonara, noto architetto della Sapienza, dice: «Conoscere per poter tutelare; ma in tutta Roma, gli edifici restaurati come se fossero dipinti, con le stesse cure e attenzioni, non sono più di quindici; sul resto, ci sarebbe parecchio da ridire». E Guaitoli va avanti con le cifre, che mettono spavento: «Nel settore Nord-Ovest di Roma, che comprende Cerveteri, abbiamo annotato 2.356 di quelle che chiamiamo evidenze; 14 vincolate, 24 note alla soprintendenza, 1300 da altre fonti antiche o dalla Carta dell'Agro; 603 di quelle descritte in antico non esistono più; oltre la metà delle esistenti non erano note; una su cinque è andata distrutta; oltre una su dieci interessata dagli scavi di frodo; a repentaglio per l'agricoltura sono la metà, e solo il cinque per cento per l'urbanizzazione; tra i 2.356 siti trovati, 1.477 risultano danneggiati: sono il 63 per cento». E oggi, si continua: i carabinieri parleranno pure delle antichità rubate: secondo calcoli dell'università di Princeton, in Italia, dal 1970, oltre un milione e mezzo; la più grande razzia in un Paese occidentale, dall'epoca di Napoleone; le poche centinaia restituite dagli Usa hanno un valore che è valutato in due miliardi di dollari (può servire per qualche Finanziaria?): sono i maggiori «ritorni» del dopoguerra, eccettuati i beni sottratti dai nazisti agli ebrei. E forse di altre duemila opere, i carabinieri conoscono l'attuale collocazione: non raramente importanti musei stranieri. Perché, finalmente, non andiamo a riprendercele? C'è chi dall'Italia aspetta soltanto una richiesta; che però, non arriva.