Il lungo lamento in cui si è risolta la relazione del presidente di Federculture Roberto Grossi all' assemblea annuale di questa associazione, ieri al Maxxi di Roma con la presentazione del Rapporto 2012, poteva lasciare perplessi. Era la prova lampante di come un modo di gestire i beni e le attività culturali, che si è fatto largo negli ultimi 20 anni con esiti alterni, sia superato. E non è neppure questa la brutta notizia. Non ci si lasci confondere dalle cifre, sempre un po' abborracciate da Federculture, oppure dalla crisi economica che attraversiamo, e neppure dall'oramai conclamato disinteresse del Governo alla cultura: cose che pesano, ma non sono il punto. E non può coglierlo Federculture, come rappresentate delle politiche culturali soprattutto di Regioni, Province e Comuni. La miriade di fondazioni culturali che sono nate in questi anni dall'impulso, positivo nei propositi, di queste amministrazioni, ha originato un modello di managerialismo diffuso ma generico nelle competenze, che ambisce a una trasparente gestione, non sempre raggiunta (litote), allo scopo di coinvolgere anche i privati nella cultura. Mentre Grossi parlava, fuori infuriava la protesta dei precari della cultura - da tre anni senza rinnovo del contratto gestito proprio da Federculture -, e che le fondazioni attraversino una profonda crisi è simboleggiato dal Maxxi stesso commissariato. Per i privati lo stato delle cose lo dà con chiarezza l'intervento di Gianluca Comin di Enel: «Alle imprese private non interessa fare una mostra, interessa la visibilità». Sarà arrogante ma è chiaro, e spiega come alla pochezza quantitativa si abbini la modestia culturale degli investimenti dei privati, che alla fine si stancano e cercano altrove visibilità. Insomma, se mai ha funzionato, il modello è superato: l'essersi adagiati su una - presunta - managerialità valorizzatrice alla lunga ha reso la cultura italiana piatta e poco attraente. La débàcle non è solo economica, ma di progetto, di inconsistenza delle iniziative : Antonio Cederna parlava di «giustificazione culturale di una mostra», vivesse oggi sarebbe orrefatto da quanto si vede. Di fronte a questo il Ministro per i beni e le attività culturali Lorenzo Ornaghi si è prodotto in un intervento di rara finezza, quasi raggiungendo il vuoto assoluto. Ecco la brutta notizia di cui si parlava all'inizio: nessuno sembra sapere dove drizzare il timone.