Silvia Lambertucci Roma. Anche con la crisi che morde, sembra crescere in Italia la domanda di cultura. Con visitatori in aumento per mostre (14) e musei (7,5), numeri in costante ascesa per eventi e Festival (10 il Festivaletterature di Mantova). A dispetto delle tasche vuote, aumenta la spesa delle famiglie per il settore, che nel 2011 ha sfiorato i 71 miliardi di euro con un 2,6 rispetto al 2010. Eppure c'è poco da ridere. Perché se questi numeri dimostrano che con la cultura si mangia, e che pure in un momento di recessione questo è un settore con grandi potenzialità, il disimpegno dello Stato, anche a livello di politiche di sviluppo, sta di fatto allontanando anche i privati. Con buona pace di Diego Della Valle e del suo impegno per il Colosseo, i mecenati sono mosche bianche. E la crisi fa fuggire gli sponsor, scesi dell'8,3 rispetto al 2010, in caduta libera (-38,3) se si guarda al 2008. Dati e riflessioni arrivano da Federculture che ieri al Maxxi, ospite il ministro Ornaghi, ha presentato il suo Rapporto 2012, e torna a battere il tasto sulla necessità di «una politica pubblica» per la cultura. Ma anche «sull'emergenza educativa», del nostro Paese, dove «nell'ultimo anno sono crollate le immatricolazioni negli atenei» e dove nessun Istituto rientra nella classifica internazionale delle migliori Università (Bologna è la prima in 183 posizione). L'Italia «è ad un bivio», incalza la Federazione nazionale che raggruppa Regioni, enti locali, aziende di servizio pubblico, soggetti pubblici e privati che gestiscono servizi legati a cultura, turismo e sport: «Il governo è chiamato ad un impegno concreto sul modello di sviluppo da attuare per far uscire il Paese dalla crisi. E la cultura può essere l'investimento sul quale puntare per ripartire». La domanda culturale, fa notare il presidente Roberto Grossi, «cresce in relazione allo sviluppo delle politiche culturali e a quello del sistema di produzione e di offerta, per questo serve una politica pubblica». Politica vuole dire anche investimenti. Federculture ricorda che negli ultimi dieci anni il bilancio del ministero della cultura (Mibac) in Italia è diminuito del 36,4, arrivando nel 2012 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. E che per la cultura lo Stato investe oggi solo lo 0,19 del suo bilancio. Cifre che fanno ancora più impressione se confrontate con gli anni del secondo dopoguerra: nel 1955, ben prima del boom, l'Italia investiva in cultura lo 0,8 della sua spesa totale, il quadruplo di quello che investe oggi. Se lo Stato ha il braccino corto, anche i Comuni fanno economia, con gli investimenti per la cultura in calo al 2,6. Diminuiscono le sponsorizzazioni, perché le imprese hanno meno soldi ma anche per «lo scenario di incertezza per il calo dell'intervento pubblico che scoraggia l'intervento dei privati». E calano drasticamente le entrate pure per le aziende culturali, che devono far fronte ai tagli del pubblico (-43) e del privato (-40). Invariate, nel calo generale, restano solo le erogazioni delle fondazioni bancarie, con 413 milioni nel 2010 (1,2). Qualcosa va cambiato, suggerisce Grossi, «nel rapporto con i soggetti privati bisogna passare da una logica di sponsorship a una logica di partnership. Se il tema è quello della produzione e della gestione, è arrivato il momento di chiedere ai privati di diventare partner e condividere obiettivi e finalità sociali nel medio-lungo periodo». Citati nel Rapporto 2012 anche i dati sull'export italiano di beni creativi (11,3) con l'Italia che per il design è il primo Paese esportatore, tra le economie del G8. Anche qui, dice Grossi, servono scelte della politica: «Il settore delle industrie culturali e creative, oggi stimato vale il 4,5 del Pil europeo e il 3,8 degli occupati totali, sarà nei prossimi anni in grande espansione. Ma mentre gli altri Paesi, nostri concorrenti, hanno già fatto delle scelte, noi non abbiamo ancora cominciato a discutere». 13062012