L'alternativa è ricostruire,manon può esserci una ricetta universale MANTOVA Demolire o ripristinare? Approccio Attila o salvaguardia della memoria storica? Le vie da seguire per il dopo-terremoto possono essere diverse e il dibattito tra i sostenitori dell'una o dell'altra tesi si accende. E ciascuno ha argomenti che ritiene più che validi per portare acqua al proprio mulino. Ma è proprio necessario scegliere una strada o l'altra? Boris Podrecca, archistar e designer urbano italo sloveno, con studio a Vienna (si è autodefinito "l'ultimo architetto mitteleuropeo"), protagonista nei giorni scorsi di un evento inserito nel programma di Mantova Creativa, ritiene che l'architettura non sia "bianco" o "nero": esistono anche altri colori intermedi, per di più con tutte le loro sfumature. Passando dai colori agli abiti, si potrebbe dire che non c'è una soluzione prêt-à-porter per la ricostruzione post sismica, in questi casi l'architetto dovrebbe tramutarsi in sarto, in stilista, con soluzioni specifiche legate al singolo intervento. Professor Podrecca, lei abbatterebbe o ricostruirebbe? Generalmente, l'architetto moderno deve essere una specie di barbaro, uno che deve saper distruggere in modo intelligente e poi ricostruire. È un modo per lasciare il segno della propria epoca; ma è una regola che vale in tutte le situazioni? L'Italia vive di storia, di beni culturali. Chi viene a visitarla, lo fa per il suo passato. E non potrebbe essere altrimenti, visto che il presente è assai diverso: nessun Paese in Europa negli ultimi anni ha perso tanto terreno come l'Italia in campo artistico. Non c'è più un Fellini; non ci sono più scultori come le grandi "emme", da Marchini a Manzù, da Marini a Mastroianni, da Mascherini a Minguzzi; e per la pittura, non c'è più nemmeno la transavanguardia. Lo stesso si può dire per l'architettura, se escludiamo forse Piano e Fuksas. A questo punto, si viene in Italia per vedere la storia, per ammirare le piazze, ad esempio quella di Arezzo, la più bella del mondo. Quindi la soluzione è quella di ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto? La ricostruzione ad litteram può certamente essere una soluzione. L'esempio è quello del campanile di piazza San Marco a Venezia: lasciamo passare vent'anni e nessuno si chiederà più se quello che sta ammirando è l'originale, oppure se si tratta di una ricostruzione. Ma non è la sola via percorribile. Cosa si può fare, in alternativa? Si può anche abbattere in modo definitivo ciò che è stato danneggiato. A condizione, tuttavia, di rimpiazzarlo con qualcosa che acquisti maggiore valore. A chi spetta la scelta? Le scelte vanno calibrate, vanno studiate, vanno affidate a persone che non siano sentimentalmente melanconiche, ma nemmeno seguaci dell'overavanguardia. Soprattutto, non bisogna cadere nella speculazione dell'era berlusconiana. La decisione dovrebbe scaturire da un confronto tra persone colte, non avendo timore nemmeno di chiamare qualcuno da fuori, che possa osservare la situazione e giudicare in modo più distaccato. Non si può fornire, quindi, una ricetta standard? In architettura non esistono casi analoghi. Si devono creare vestiti su misura, avendo riguardo per il caso specifico. Non può esistere, quindi, una formula valida per tutti, un sistema oggettivo. Non è una scienza, è una questione di gusti. E bisogna saper decidere in modo diverso caso per caso.