«IL PROBLEMA adesso non è più finanziario. Salvo un paio di casi, si può già procedere e arrivare fino in fondo, facendo della Liguria il più grande cantiere infrastrutturale d'Italia». Claudio Burlando considera ufficialmente chiusa la prima, faticosa fase del piano di rilancio della Liguria, quella della quale si è fatto carico sette anni fa, con la sua nomina a presidente della Regione. ALLORA, gran parte delle opere "in cantiere" erano a malapena sulla carta, a cominciare da terzo valico. Adesso le ruspe stanno già lavorando. Questa volta, insomma, si parte davvero, presidente Burlando. «Si è già partiti, se è per questo. E scorrendo il lungo elenco di opere, si può notare che i problemi finanziari riguardano solo la Finale-Andora e, in parte, la piattaforma di Vado, per cui confido si trovi una soluzione nel decreto Sviluppo». Anche la Gronda non è poi così ben messa. «Per la Gronda è un fatto di procedure ambientali e di scelte politiche, più che di finanziamenti. Sul fronte dei soldi, per intenderci, possiamo dire di aver raggiunto un risultato per certi aspetti addirittura sorprendente». In che senso? «Alla piccola Liguria, che vale il 2,5 per cento del territorio nazionale, cioè un quarantesimo dell'Italia, vengono assegnati finanziamenti per opere infrastrutturali per 15 miliardi su un programma nazionale di cento. Siamo al 15 per cento, ma considerando che se ne spenderanno meno di cento, la nostra percentuale salirà ancora, a un quinto, un quarto del valore complessivo». E perché questo accade, secondo lei? «Perché finalmente è stato riconosciuto il ruolo strategico della Liguria e dei suoi porti. A questo punto, la leadership mediterranea potrebbe diventare qualcosa di più, visto che ridurrà il gap fra noi e il Nord Europa». L'opera-simbolo di questo pacchetto? «Il terzo valico. Non collegherà solo il porto di Genova con la Pianura Padana, ma ci permetterà di salire fino alla Svizzera, all'Austria, alla Baviera e all'Olanda. Dobbiamo solo arrivare a Novi, poi non ci saranno più ostacoli per salire al Nord e guardare anche a Est». Soddisfatto? «Finalmente si chiude un disegno che avevamo ipotizzato sette anni fa, impostando la strategia di governo regionale. Ora la palla passa a chi deve realizzare le opere. E dovremo concentrarci di più sulla merce, per farla crescere, non per fare competizione su quella che abbiamo. E poi dovremo lavorare molto sulle dogane e sulle ferrovie ». Due nodi irrisolti. Le dogane sono fonte di tensione quotidiana fra gli operatori. «Abbiamo cominciato a lavorarci, non è una situazione facile, dobbiamo essere rispettosi di un lavoro che, sì, deve aiutare lo sviluppo, ma che è anche chiamato a un'azione di contrasto della criminalità e quindi richiede controlli severissimi. Ho incontrato a Roma il capo delle Dogane, si possono raggiungere risultati importanti». Anche con le ferrovie la situazione non è facile, soprattutto sul versante del cargo. «Ho incontrato a Roma anche Moretti (l'a. d. delle Fs n. d. r.). Capisco che non si può immaginare di trasportare merce perdendo soldi. Ma ora che il risanamento della società è avvenuto, bisogna trasportare merce guadagnando». Facile a dirsi, più difficile a realizzarsi, non trova? «Sì, ma non dimentichiamo che qualche tempo fa si voleva chiudere Ferport. Ora sono arrivati Gavio, Spinelli e Tirreno Bianchi, la nuova società farà il navettamento dei container dal porto alle aree retroportuali ». Si può dire che ora inizia una fase- due della sfida infrastrutturale? «Proprio così, è finita la fase della rivendicazione delle risorse economiche. Ora il problema è seguire le singole opere che continueranno per sette, otto, dieci anni, soprattutto quelle più complesse. In parallelo ci si dovrà dedicare a risolvere partite importanti come quella della crescita delle merci e quelle delle dogane e delle ferrovie. E mentre si costruirà il terzo valico, il traffico portuale dovrà cominciare a crescere, legittimando nei fatti questa scelta».