A Spinazzola misteri e fascino del rudere del Garagnone IL SUONO è quello dei grilli. La via appena accennata, fra il grano e le erbacce. Ogni tanto, rucola selvatica e timo. Ogni tanto, una farfalla. È così che si arriva al Garagnone, il castello medievale di Spinazzola che si intravede appena fra i giochi di luci e di ombre con cui le nuvole punteggiano le campagne. Qui, si arriva con la fatica di cui le cose belle, per essere apprezzate, necessitano. Si arriva sotto il sole, mentre tutto intorno, a ogni passo, l'Alta Murgia si fa di sfumature e di bellezze. I campi di avena e di grano dorati, la colza verde, i terreni arati da poco che sembrano neri, bruciati. E poi, in lontananza, le balle di fieno. I ruderi. Con il tramonto, il Vulture guadagna confini più netti, mentre le vicine colline sembrano dita che si allungano sulla terra per accarezzarla. Per proteggerla. E quando si raggiunge, a seicento metri d'altezza, la cima di questo castello, devastato dal tempo e da un terremoto di trecento anni fa, il vento spazza ogni cosa. Pettina i fiori e i rumori. Improvvisamente, sembra di essere invisibili. E non è un caso che il Castello, o meglio il suo rudere di pietre riverse, venga spesso definito il castello invisibile. Sembra che di lui l'uomo si sia dimenticato, anche se forse è proprio questo, lo stato di dolce abbandono in cui versa, a renderlo così misterioso e affascinante. E poi, tutto intorno, la vista sul territorio di Spinazzola fa fermare il tempo. E lo riporta indietro a venti, trenta, cinquant'anni fa. Nei campi non ci sono macchine, soltanto poche case. Tutto il resto è silenzio. È pace. Ma Spinazzola, ricca di acqua e di grano, non è solo questo. Lo scopro quando, a pochi chilometri di distanza, all'imbocco di una strada sterrata vedo un cartello grande quanto un quaderno. Non si legge cosa c'è scritto su. Si intravedono solo dei caratteri, che sono macchie più chiare e più scure. Non mi fermo però a decifrare queste ombre, vado oltre. Vado sulla strada di sassi e di buche, fra i campi che sono ancora di erbacce e di fiori. Intorno, gli odori sono quelli di un'estate prematura, con i pizzicori del timo e della lavanda. I papaveri sono diventati vermigli, fra poco appassiranno e i petali si perderanno per queste terre di confine, a cavallo fra la Puglia e la Lucania. In queste terre in cui l'uomo ha scavato il tufo per farci le case e le Chiese, distruggendola montagna come a Grottelline, dove ha mangiato la terra a poche centinaia di metri da delle preziose grotte neolitiche. Poi, d'improvviso, fra gli alberi radi e la campagna, intravedo un cuore rosso. Rosso sangue. «Ecco la bauxite» dice il vicesindaco Michele Patruno, indicando qualcosa che sembra vicinissimo, eppure vicinissimo non è. E così, insieme, andiamoavanti, in silenzio, nella natura. Attraversiamo uno spiazzo rosso, e poi, oltre un muretto di cemento, cui tutto intorno corre del filo spinato, mi affaccio e la vedo: la cava. Profonda almeno cinquanta metri. Chiusa da quasi quarant'anni. È una gola di terra rossa. Un paesaggio marziano. Un graffio di roccia scoperta dentro il Parco dell'Alta Murgia. Degli aculei nascono dalla terra e si fanno alti fino al cielo. Fra due enormi costoni c'è uno spiazzo grande almeno quaranta metri dentro cui sono stati abbandonati numerosi pneumatici di camion. Un tempo in questa fossa naturale, come raccontano delle vecchie fotografie, si era venuta a creare una pozza d'acqua. Forse chi li ha abbandonati pensava che nessuno se ne sarebbe mai accorto. Adesso sono sgonfi, ridotti soltanto a gomma. Non so perché, ma mi fanno pensare ai giochi di qualche telefilm americano, con i bambini che saltano dentro i buchi e ridono, si divertono. Poco distante, a nemmeno venti metri di distanza, c'è però qualcosa di imperdonabi-le: una colata di immondizia con sacchetti bianchi e verdi, vestiti, sacconi neri maciullati dal caldo e dal freddo, forse anche dagli anni. Se ne restano così, chissà da quanto, a devastare il panorama che è bellissimo nelle ombre e nelle luci del tramonto e delle nuvole, in questa terra rossa che splende nel vicino deposito a cielo aperto, a sua volta vicino a delle casette in rovina. Tutto intorno i campi sono sempre di grano e d'avena. Le balle di fieno tonde e quadrate. I villaggi fantasma fatti in gruppi di cinque, sei, sette villette che furono costruite negli anni Cinquanta. Sono in cemento, in poche mantengono le persiane e le tegole. Si sono rubati tutto, a partire dalle porte. Alcune sono messe meglio, alcune sembrano prossime al crollo. Il programma del Comune, guidato dall'intraprendente sindaco Nicola Di Tullio, è quello di rimetterle a posto e farle abitare di nuovo. «Il nostro punto di partenza è però il Treno dell'Alta Murgia, che presenteremo venerdì prossimo: partirà da Barletta per raggiungere Gioia, facendo delle soste intermedie in nove comuni. Vogliamo sviluppare il turismo ecosostenibile, e per questo, insieme a degli itinerari del gusto e del paesaggio, stiamo pensando a delle particolari ambasciate che, in giro per il mondo, promuoveranno il nostro territorio» spiega Di Tullio. L'idea sembra bella, e ambiziosa. Forse utopica. La speranza è che si realizzi, coinvolgendo magari il giacimento di bauxite e di tufo, il Garagnone, per ridare vita a tutto il territorio. Un territorio che merita di essere conosciuto nei suoi silenzi e nei suoi paesaggi. Nei suoi meravigliosi sentieri sterrati dentro cui è bello perdersi. Dentro cui è facile dimenticare il tempo che passa.