"Sant'Orsola è perfetta per la Casa della cultura" DA UNA Casa per la cultura a una struttura fissa in Comune per la ricerca di sponsor. Questi sono alcuni dei temi trattati dal neoassessore alla cultura Sergio Givone in un forum nella nostra redazione, dove ha risposto alle domande di un gruppo di intellettuali e artisti: Elisa Biagini, Ginevra Di Marco, Daria Filardo, Francesco Magnelli, Alessandro Pagnini, Elena Pulcini, Mario Setti, Federico Tiezzi. REPUBBLICA: Assessore Givone... O dobbiamo chiamarla professore? «Preferisco professore, assessore viene dal latino ad sessor, cioè colui che sta seduto accanto, al sindaco, ma anche ai cittadini. Vuol dire che ragionerò con la mia testa». REPUBBLICA: Bene, e la sua testa, ora che si è appena insediato, che cosa le dice? «Che il vero compito di un assessore alla cultura è uno solo: ascoltare e fare da volano alle energie latenti, ai bisogni nascosti di questa città, che sono tantissimi. L'idea che Firenze sia solo il suo passato, è solo un aspetto della realtà: c'è anche un'altra Firenze piena di vitalità culturale, concretissima, ma che non riesce ad esprimersi a pieno, cui bisogna aprire le porte. Ma è un grave errore credere che un assessore debba dire che cultura bisogna fare, dettare agende o cose del genere. Deve, invece, creare spazi e occasioni, in modo che si possa fare al meglio quello si può fare. Sgombrando il campo dall'illusione che per tutto questo servano solo soldi ». REPUBBLICA: In effetti, i soldi non ci sono... «Il mio budget è di circa 16 milioni, in gran parte assorbiti da Grandi Uffizi, Parco della musica, Pergola. Dunque, non resta quasi niente, e quel niente di solito si risolve in inutili finanziamenti a pioggia. Eppure, una città che può permettersi di far venire Madonna e Bruce Springsteen, non può non avere risorse per fare anche altro». REPUBBLICA: Restando sui soldi: quelli dei privati secondo lei rischiano di mercificare la cultura? «Se sapremo far respirare la città, convincere i privati a sponsorizzarci, sarà più facile. Credo che si debba incaricare del fund raising un organo autonomo, non la segreteria del sindaco». TIEZZI: Io vengo dal teatro e vorrei sapere se e come intende far emergere le energie toscane. Perché non fare della nostra regione una grande "macchina" della cultura teatrale? «Quando sono arrivato a Firenze, nel '78, il teatro fiorentino "emerso" lasciava sbalorditi: c'erano Gassman, Cecchi, Kantor, e a Scandicci i Magazzini Criminali, un fermento enorme. Oggi, chi fa teatro a Firenze? Bisogna andare a Scandicci, o a Prato. Il Comune è riuscito a salvare la Pergola dalla crisi dell'Eti, ma non altri teatri. E la stessa Pergola vive in apnea». SETTI: I numeri della Pergola, in realtà, fanno impressione: da 3.400 abbonamenti siamo a 2.700, il pubblico sotto i 26 anni si è dimezzato. Dove sarebbe, il rilancio? La verità è che in questa città l'economia culturale è in default, non vengono pagati né i fornitori, né gli operatori. «E' giusto quello che dice, e anche quello che propone Tiezzi. Sono convinto che per rilanciare davvero la Pergola si debba farne una "macchina" della cultura teatrale, ma in senso nazionale, trasfor-mandola nel luogo della grande tradizione teatrale italiana. Dove si mettono in scena non solo Goldoni o Pirandello, ma anche Machiavelli e Giordano Bruno, e tutto il grande teatro del '500». PAGNINI: ...Magari in rete con chi studia questo tema all'Università, come i nostri Siro Ferrone e Sara Mamone, e custodisce testi originali nelle biblioteche. Credo anche io che il compito fondamentale di un assessorato alla cultura sia di scovare e valorizzare tutte quante le forze culturali di una città. «Un assessorato non avrà mai i fondi per tutto questo, ma se si mette in contatto chi già ci lavora su questo patrimonio, con chi può diffonderne la conoscenza coinvolgendo a sua volta gli studenti, altri centri culturali, ecco, tutto diventa possibile. E alla fine si troverebbero anche degli sponsor. Insomma: un assessore deve solo essere il collettore, la "chiavetta" che accende il motore, il carburante lo deve mettere qualcun altro». BIAGINI: Sono convinta che si tratta di rimettere in discussione un metodo: bisogna coinvolgere le progettualità già esistenti in un quadro di insieme. Letteratura e poesia, in particolare, in questa città sembrano venire sempre "dopo". Siamo sicuri che bastino le promozioni di libri? Eppure, quando organizziamo incontri in cui si presenta la poesia come modo per capire se stessi, arriva un sacco di giovani. Fosse per me bandirei la parola "evento", l'una tantum che non crea alcun rapporto culturale stabile. «Sono d'accordo. La cultura la fanno quelli che la fanno, e il compito di un assessore è di permettergli di farla». PULCINI: Anch'io penso che in questa città manchi un luogo dove coinvolgere la cultura in modo permanente. Tutto è frammentato, senza coesione, senza un'immagine complessiva che contribuisca a quella della città, anche a livello internazionale. Perché non pensare a una Casa della cultura, dove aggregare, far esprimere e confrontare, ma senza mettere in competizione, offrendo occasioni e possibilità? «Secondo me il Parco della Musica e della cultura può servire anche a questo, a fare spazio ad una Casa della cultura intesa come una sorta di agenzia, di officina, che faccia da collettore di tutte le esperienze, musicali e non solo. Il problema è che per far funzionare il Parco servono non solo una cifra significativa dell'assessorato, ma anche 100 milioni che devono arrivare dallo Stato. Per questo bisogna agire a livello nazionale, e il sindaco Renzi questo lo sa bene». MAGNELLI: Secondo me l'idea di una Casa della cultura rischia di costringere i giovani a entrare dentro delle regole, mentre la bellezza di un'esperienza come quella che ho vissuto io negli anni '80, con i Liftiba prima, poi i Cccp, è stata proprio la libertà che i giovani si prendevano di fare le cose, e così credo che anche oggi sia così, se i giovani non hanno gli spazi giusti, se li prendono, vedi i centri sociali. Ci vuole qualcuno che lavori su punti di aggregazione reale, su esigenze che salgono dal basso. E poi che abbandoni l'esterofilia. Firenze non riconosce quello che viene fatto qui. «Trovare un punto di equilibrio tra l'assoluta libertà e il luogo deputato, dove ci siano strumenti e strutture dedicate, non è facile. Ma bisogna tentare. Si potrebbe anche pensare a un luogo come Sant'Orsola: sarebbe una meravigliosa Casa della cultura, nel cuore del centro storico, e in comunicazione con tante realtà diverse, su strade e piazze, vicina a licei, altri centri culturali, musei, biblioteche ». FILARDO: Vorrei porre la questione della contemporaneità. Firenze non è solo la Disneyland del Rinascimento, offre grandi occasioni. Ho curato con grande successo la mostra alla Galleria dell'Accademia Arte torna arte, con opere di oggi che si legano a quelle che fanno parte del patrimonio storico. Però, l'impressione è che ogni volta si debba ricominciare da capo, come se non ci si potesse mai agganciare a una progettualità stabile. «Ha ragione. I grandi eventi che hanno lasciato un segno, sono quelli in cui un grande artista contemporaneo è stato accolto non in un luogo apposito, ma trovandogli spazi. Hirst in Palazzo Vecchio era un'operazione di marketing, ma l'idea era buona. Bisogna avere il coraggio non di fare un museo dedicato di arte contemporanea, ma di portare una grande opera contemporanea nelle piazze, creando un urto fra vecchio e nuovo. Cioè mettere a disposizione gli spazi. Sono pronto ad ascoltare il più possibile le voci nuove dell'arte, per metterle in sintonia, o dis-sintonia con l'antico». REPUBBLICA: Una delle prime cose che ha detto da assessore, è di mettere in discussione l'idea del trasferimento al Forte Belvedere del Gabinetto Vieusseux. Perché? «Il Vieusseux è tante cose insieme, archivio, museo, biblioteca, il luogo in cui la storia della cultura fiorentina degli ultimi due secoli ha trovato casa. Deve decollare come centro culturale: certo non ho la ricetta, ma di sicuro non è il deposito di una cultura polverosa come spesso viene rappresentato». PAGNINI: Per dire, il fondo Maraini, non potrebbe diventare una finestra sul mondo orientale, il Centro romantico il punto di partenza di una rilettura del Gran Tour alla luce dell'oggi? «Ottima idea. Ma appunto, forse non si tratta di spostare il Vieusseux al Forte, dove rischia di richiudersi in se stesso, ma di fare in modo di aprirlo il più possibile, ma senza fargli perdere la centralità che deve farne un punto di riferimento per tutta la città. Decentrarlo così, tanto per togliersi dalle scatole una cosa vecchia, non ha senso perché il Vieusseux non è certo questo. Quanto al resto delle biblioteche, sono convinto anche qui che solo sviluppando l'idea della rete possa valorizzare tutte quelle che ci sono, da quelle di quartiere, alle Oblate, alla biblioteca dei ragazzi, allo stesso Vieusseux, alla Colombaria, dove ogni genere di utente può cercare quello che gli serve, evitando che le più vetuste si chiudano su se stesse, e le più piccole siano considerate di serie b». DI MARCO: Vorrei sollevare il problema delle tante realtà culturali, e musicali, diverse, che non riescono a trovare voce, ma di cui la società attuale è sempre più il prodotto. Eppure sono una ricchezza, e vorrei sapere che cosa propone per farle coesistere nella nostra città. «Io ho intenzione di andare da loro, se loro non verranno da me. Voglio avvicinare le comunità straniere per sentire ciò che desideriamo, capire se i loro interessi collimano con i nostri. E ho chiesto di incontrare uno dei ragazzi senegalesi feriti in dicembre proprio perché mi parli della sua cultura, di quello che gli piacerebbe ascoltare, vedere a Firenze ». REPUBBLICA: Ha idea di come arginare la crisi delle librerie? «E' l'effetto di processi inarrestabili che dobbiamo cercare di accompagnare al meglio. Puntando anche su librerie polifunzionali, dove leggere, bere qualcosa, intrattenersi, incontrare». REPUBBLICA: E per la crisi dei cinema assaliti dai multisala? «Un multisala rende troppo di più di una sala qualunque, anche questo è un fenomeno difficile da arginare. Ma voglio parlarne coi gestori. Intanto farei di tutto per sostenere l'Odeon». (testo raccolto da Sandro Bertuccelli, Maria Cristina Carratù, Roberto Incerti, Fulvio Paloscia)