«CONGRATULAZIONI? Meglio dire in bocca al lupo....». Sergio Givone, 68 anni, da Buronzo, provincia di Vercelli, docente di Estetica all'Università, ex prorettore, neoassessore alla cultura, uno dei più noti filosofi italiani, scherza al telefono con un amico. E' stata una sorpresa, dice: «Mi ha chiamato venerdì scorso, mi ha chiesto se ero libero nel week end. Niente da fare, gli ho detto, ho impegni familiari e il Pro Vercelli che forse entra in B, figurati. Così mi ha proposto una cena per domenica sera. Mai avrei detto che pensasse a me come assessore». Professor Givone, perché, secondo lei, il sindaco l'ha voluta? «Forse proprio perché non sono un politico, e neanche uno prestato alla politica». Sarà un assessore filosofo? «In un certo senso sì. Rivendico la mia condizione di impolitico, cioè di uno a cui piace discutere liberamente delle cose senza pregiudiziali, di partito o altro. Nessuno mi costringerà mai a schierarmi. Sarò un assessore con un deficit di politica, disposto a collaborare finché è utile. E senza lasciare l'università finché non andrò in pensione, fra tre anni». Ma lo sa che Renzi è un accentratore, e gli assessori se ne sono sempre lamentati? «Sì, domenica a cena ne abbiamo parlato. Nessuno sa quale sia il punto di equilibrio nel rapporto fra due persone, lo verificheremo giorno per giorno. Di sicuro, se avvertissi una prevaricazione che mi impedisce di conservare il mio tratto di impolitico, amici come prima ». Vuol dire che uscirebbe di giunta? «Né Renzi né io, ora come ora, sappiamo quanto potrà durare, se due anni o due settimane. Lui mi ha voluto lo stesso e io ho accettato a questa condizione. Sono in prova». Ha già qualche idea su cosa fare? «Il mio assessorato è alla cultura e alla contemporaneità, una definizione che mi piace. La monumentalità della storia di questa città rischia di schiacciarla, ma il passato non si può solo contemplare, bisogna farne il motore dell'innovazione, come è accaduto nel Rinascimento. Fare bene un restauro vuol dire far rivivere, cioè rendere contemporanea, un'opera antica, esporre un'opera contemporanea in un museo storico, abbandonando l'idea di un museo dedicato, vuol dire radicarla nel passato». Convocherà anche lei un bar camp della cultura, come ha fatto il suo predecessore da Empoli? «No, le grandi assemblee una tantum non servono. A Firenze c'è una latenza della cultura, cioè molta meno cultura espressa di quella che potrebbe, e vorrebbe, esprimersi, ma non ce la fa per la mancanza di spazi, occasioni, ascolto. Un assessore alla cultura non deve prescrivere, ma risvegliare, far emergere e sostenere le energie che salgono dalla città, giorno per giorno. E per questo non servono nemmeno soldi, del resto il mio assessorato ne ha pochissimi». E della Battaglia di Anghiari di Leonardo, a cui l'ingegner Seracini sta dando la caccia su mandato del sindaco Renzi, cosa pensa? «A Firenze il vero dramma è la paralisi, perciò anche gli azzardi vanno bene, fare errori è meglio di niente. Però non credo che la Battaglia di Anghiari fosse una priorità. L'ultima parola spetta agli esperti, ma ho forti dubbi che si trovi qualcosa e che valesse la pena di cercare». Il ministro Ornaghi verrà a Firenze il 19 giugno, glielo dirà? «Senza dubbio».