Il Presidente di ArtWatch Italia interviene sulla questione delle modalità di riutilizzo di questa importantissima area della città chiedendo l'apertura di un tavolo di confronto e avanzando alcune proposte di destinazione d'uso. L'ammonimento di Pierotti: "Attenzione a che il partito del calcinaccio non imponga un'altra volta le sue regole dissennate" Dobbiamo considerare estremamente improbabile che il cosiddetto piano Chipperfield per il riuso del Santa Chiara sia attuato, ossia trasformato in uno strumento urbanistico esecutivo, entro il mandato corrente. Dovremmo considerare estremamente negativo se la giunta comunale in carica ritenesse di attuarne una parte, per una serie di motivi che appaiono evidenti. Partiamo dalle origini. Il bando era chiaro. Dovevano essere presentati progetti idonei a predisporre lo strumento urbanistico per l'intero complesso ospedaliero, destinato a trasferirsi a Cisanello. Una commissione che considero tuttora inadeguata si lasciò invece interessare da un mediocre progetto architettonico, focalizzato su un porticato di memoria piacentiniana del quale né a Pisa né in Italia si sentiva la malinconia, e sostanzialmente non valutò il progetto in termini urbanistici (così mi fu lasciato intendere durante un pubblico dibattito, in risposta a una mia domanda specifica, dai commissari stessi). Anzi, la commissione indulse a errori grossolani, come l'attraversamento dell'orto botanico con una strada veicolare o la creazione di un megaristorante in faccia alla Piazza, che potevano essere da soli motivi di bocciatura se valutati nel contesto propositivo richiesto dal bando. A oggi, quanto a idee progettuali, c'è da ricavarne ben poco. Lo stesso porticato, non accettato dalla Soprintendenza, fu rielaborato sotto dettatura sia nella forma (archi invece di trabeazioni) sia nei materiali (mattoni invece di marmo) ma non certo migliorato. Sul piano funzionale la proposta era già carente di per sé (molto più articolato e ricco di contenuti, per fare un confronto, il progetto del gruppo Bohigas) e si distingueva invece per lo sproporzionato carico residenziale, che comportava fra l'altro - tanto per citare un'altra magagna di non poco peso - la privatizzazione del 42 del verde pubblico esistente nel complesso ospedaliero. Nel frattempo si è verificato ciò che molti prevedevano. Il trasferimento integrale di tutte le attività a Cisanello non si realizza e probabilmente non si può realizzare. Man mano che uno spazio si vuota una nuova funzione vi è trasferita. È stato rioccupato perfino il gioiello di tutto il complesso, ossia la clinica chirurgica. Vi sono specializzazioni che addirittura sono state ritrasferite in Santa Chiara. Ora il dissesto della Sapienza e la necessità conseguente di ospitare altrove la biblioteca Universitaria molto probabilmente impegnerà il volume della caserma Artale e non sarà per poco tempo (anzi, sarebbe una sede più che decorosa e funzionale, se potesse essere quella definitiva). Conclusione: il progetto Chipperfield si è estinto di fatto e il progetto caserme è pura teoria. Sarebbe veramente tragico se tutto ciò venisse riesumato proprio nella parte peggiore, ossia in quella seccamente immobiliarista. Voci in questo senso si fanno sentire ma è più che opportuno riflettere sulla loro attualità. Dopo due aste non si è trovato chi compra l'Ospizio dei Trovatelli, unico come posizione in affaccio sulla Piazza. Contemporaneamente Pisamo iscrive negli utili di bilancio oltre cinque milioni per il parcheggio pullman in via Pietrasantina. Come si può supporre che un'area privilegiata qual è Santa Chiara faccia cassa solo se alcune cliniche sono alienate e trasformate in condomìni? E perché mai dovrebbe essere il privato a trarne utili e non il pubblico? Anzi: perché fu scelto e perfino decantato un progetto che non forniva nessuna idea capace di riconoscere all'area il ruolo di spazio elettivo per le attività connesse con il turismo e, insieme, di consentire all'amministrazione pubblica di trarne profitto economico durevole? Proprio in questi ultimi anni si sta sviluppando un dibattito molto serio sull'uso economico del patrimonio artistico. È un tema delicato - molte riserve che si oppongono sono più che legittime - ma anche obbligato, perché le risorse per mantenere tutto non ci sono e, in mancanza, il rischio per niente remoto è quello di perdere il bene. Recentemente , intervenendo in proposito su una rivista internazionale, mi è accaduto di citare a esempio proprio l'Opera della Primaziale Pisana, che fin dalle sue origini costruì e poi ci conservò le meraviglie della Piazza, indipendentemente dalle risorse del Comune e in autosufficienza rispetto alle vicende tragiche che la città successivamente attraversò. Tutt'oggi l'Opera non dipende da finanze esterne ma fa tesoro dei proventi che derivano dall'uso economico del suo patrimonio artistico. Abbiamo il modello: dunque estendiamolo. Non sprechiamo gli spazi disponibili che ci possono consentire di aggiornarlo e perfino di riproporlo ad altri e in altre situazioni. Agli inizi del millennio sviluppammo una proposta di "grande museo pisano" che era stata avanzata dal presidente della Camera di Commercio e inserita nei programmi di quell'organismo. Per certi aspetti la proposta anticipava i temi di cui dicevo sopra. Allora però, nonostante fosse stata promossa in maniera così qualificata, l'idea non partì, forse perché - presumo - si scontrò con l'opposizione di poteri forti che intendevano gestire altri interessi di tipo immobiliarista e più facilmente trovarono uno spazio politico (il porto di Marina, Calambrone, il piano caserme, le fabbriche dismesse di Porta a Mare, il Concetto Marchesi, la nuova sede della Provincia, il grattacielo di Dante Benini a Ospedaletto, il nuovo stadio e, appunto, Santa Chiara). Spentasi però nei fatti l'euforia immobiliarista, cambiate e non di poco alcune prospettive nazionali e internazionali, tornare sul tema del grande museo non è improprio, perché significa fare massimo tesoro, in tempi di difficoltà, di ciò che ci è riconosciuto come valore unico al mondo. Elaborammo la proposta nel seno di ArtWatch International (era ancora vivente il suo fondatore e presidente, James H. Beck), aggiornando in primo luogo il concetto di museo e di musealizzazione. Le tecnologie della comunicazione infatti lo hanno modificato ovunque. La richiesta di conoscenza è cresciuta ma con questa è aumentato il rischio che l'affollamento in massa di locali inadeguati finisca per "consumare" le opere di maggiore richiamo. L'esposizione delle opere in vecchi edifici, ancorché di prestigio, pone un'alternativa secca: o manomettere il contenitore per garantire condizioni adeguate di climatizzazione, illuminazione, sicurezza, frequentazione oppure affrontare il rischio permanente del danno derivante dalla grande affluenza di pubblico. Inoltre, in spazi museali non dilatabili, l'informazione sull'opera spesso è solo il cartellino che la correda. In queste condizioni si incoraggia in realtà il feticismo dell'opera d'arte, non la sua conoscenza. Si sta dunque studiando, e anzi realizzando dove si può, una "macchina museo" che tenga conto di livelli differenziati di utenza e tenda anche a creare utenza a distanza con effetti moltiplicatori di ritorno, importanti in termini promozionali. In loco il grande museo si apre alla didattica museale, alla convegnistica e alla logistica collegata con questa e con quella. L'inserimento auspicabile della biblioteca Universitaria in un simile contesto lo arricchirebbe di contenuti. Quanto ai contenuti, appunto, questi non mancano o non mancherebbero. La scuola medievale pisana fu fra le più importanti d'Europa, certo non inferiore come consistenza e come valori individuali al successivo Rinascimento fiorentino. Tuttavia essa richiede di essere preferibilmente letta in un contesto unitario (architettura, scultura, pittura e perfino arte campanaria), così come è nata. Perciò sarebbe logico coordinarne la visione intorno alla Piazza anziché mantenerla, come oggi è, assai inadeguatamente disseminata. Da una sinergia tra Ministeri, Università e Opera della Primaziale si otterrebbero solo vantaggi reciproci. Così com'è strutturato, il sistema museale pisano esalta invece solo gli sprechi di gestione e favorisce la sosta breve mentre scoraggia ogni possibile forma di approfondimento, che è un valore aggiunto non un'alternativa. Per ricordare una sola delle occasioni perdute nel frattempo: il nucleo della grande scultura medievale europea è qui eppure, a distanza di oltre sessant'anni, non è mai stato ripreso il tema della famosissima mostra allestita nel 1946. Concludendo: l'analisi di ArtWatch non si concretava in un progetto articolato (non sarebbe stato possibile e neppure utile) ma nella proposta di costituire un tavolo di lavoro dove discutere la questione, inclusa l'autosufficienza economica del progetto stesso. La condizione tuttavia era ed è che lo spazio fisico da destinare al progetto fosse disponibile e adeguatamente flessibile. Ora che il piano Chipperfield si è estinto per cause naturali, e nessuno che abbia buon senso e buon gusto lo compiange, se ne potrebbe riparlare. A patto che il partito del calcinaccio non imponga un'altra volta le sue regole dissennate. Piero Pierotti, Presidente di ArtWatch Italia
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5 Giugno 2012
PISA - Quale futuro per il Santa Chiara? Pierotti: "Il Progetto Chipperfield è ormai superato"
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