FRAGILI e preziose, un capolavoro dell'arte vetraria del Rinascimento. Ancora oggi, dopo più di quattro secoli, sono gli "occhi" della Biblioteca di Michelangelo. Ventisette vetrate policrome ma in origine erano 30 disposte sui due lati della sala per illuminare i plutei, gli armadi-leggio in legno intarsiato della grande sala capolavoro di Michelangelo. Dopo due anni di analisi, studi e indagini inizia il loro restauro alla Biblioteca medicea laurenziana, e per almeno due mesi Vestibolo e Biblioteca resteranno chiusi al pubblico per permettere la rimozione delle vetrate (11 sono già state rimosse) e l'installazione di controvetrate protettive. Un lungo intervento programmato dalla Biblioteca medicea laurenziana con l'Opificio delle pietre dure, in collaborazione con le soprintendenze ai monumenti e al patrimonio storico artistico, con il Corpus vitrearum medii aevi Italia e coni finanziamenti di 135 mila euro del ministero dei beni culturali e di 165 mila euro dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Le vetrate sono arrivate fino ad oggi dopo molte vicissitudini, tra cui il loro smontaggio protettivo prima della guerra del 1915-18, l'eliminazione di 5 aperture per la costruzione della Tribuna D'Elei nel 1841, e il recupero di due vetrate abbandonate in uno scantinato e ricollocate successivamente nell'imbotte tamponato. Ognuna è composta di 60 quadrotti di vetro (18x15 cm) piombati in un unico pannello e inserito in un telaio di ferro. Abbondano di decorazioni, eseguite con la tecnica a grisaglia e in giallo argento, con rappresentazioni di grottesche, armi, putti alati, arieti e altri emblemi dell'araldica medica da Clemente VII a Cosimo I, con tanto di data di esecuzione riportata in calce apartire dal 1558. «Michelangelo progettò l'architettura della sala, ma le vetrate furono fatte da altri artisti su disegno di Vasari, dopo la sua partenza da Firenze nel 1534. Ora le indagini fatte dalla Stazione sperimentale del Vetro di Venezia, confermano che furono opera di maestranze fiamminghe» spiegano la direttrice della Laurenziana Franca Arduini e la soprintende dell'Opificio Cristina Acidini. Ma c'è di più: lo studioso inglese Timothy Clifford ha scoperto in una raccolta americana un cartone con il disegno preparatorio che permette di attribuirle con certezza al maestro vetraio fiammingo Wouter Crabeth. Ora spetterà a Rosanna Moradei, restauratrice dell'Opificio, realizzare il restauro pilota delle prime due vetrate, con la rimozione di ridipinture grossolane precedenti, la revisione di ogni sottile quadro tto di vetro soffiato (lo spessore è di appena 1,5-2 millimetri). Quindi saranno programmati tutti gli interventi, compresi quelli degli imbotti, delle cornici architettoniche e delle controvetrate e infine sarà bandita la gara di appalto dei lavori che si ipotizza durino almeno due anni.