I 15 giorni più lunghi dellEmilia-Romagna spaventata e ferita In 200mila fuori di casa, 24 vittime, centinaia di feriti, tessuto economico in ginocchio La vita nelle campagne è tornata al baratto, migliaia le abitazioni inagibili QUINDICI giorni di paura, milletrecento scosse e non è finita. Duecentomila persone che vivono nei bivacchi sotto case distrutte o lesionate, diecimila rifugiati sotto le tende blu della Protezione civile, che ha dimostrato unefficienza spesso sconosciuta agli apparati pubblici italiani. Ventimila gli interventi dei vigili del fuoco. Danni incalcolabili a industria e agricoltura in almeno cinque province, a parte larea nord della provincia di Bologna. Per non parlare dei miliardi di euro che saranno spesi per restaurare non solo chiese e castelli, ponti e strade, municipi e scuole, ma migliaia di case spesso ormai inabitabili e da abbattere e ricostruire ex novo. Quindici giorni che rimarranno impressi nella psiche dei bambini, che i genitori hanno in moltissimi casi affidato ai nonni e agli amici per portarli lontano da qui, tristi vacanze anticipate «perché non voglio che i miei figli che hanno meno di dieci anni continuino a vedere la loro casa distrutta», ha detto una mamma di Cavezzo. La scossa delle 4.03 di domenica 20 non ha solo svegliato e terrorizzato decine di migliaia di emiliani e anche bolognesi, ma ha spodestato una sicurezza, cancellato una falsa credenza: che nella Bassa, nella pianura ricca e iper-cementificata di questa regione, i terremoti non potevano arrivare. Le donne ottantenni che ora passano le giornate allaperto sotto le coperte a Crevalcore, le memorie storiche di un paese duramente toccato dal sisma, hanno avuto un battesimo di angoscia inaspettato a questetà: «Non abbiamo mai saputo fino ad ora che cosa fosse un terremoto - raccontano - e nemmeno i nostri vecchi avevano mai riportato alcun ricordo». Il primo giorno del terremoto - magnitudo 5 punto 9 a 6 chilometri di profondità, epicentro tra Finale Emilia e San Felice sul Panaro - proprio per questo è stato un misto di paura e di stupore. Nessuno ne aveva esperienza. Le colonne mobili della Protezione civile dellEmilia Romagna e poi delle altre regioni, a cominciare dal Friuli, da nord e poi anche dal sud del Paese, hanno cominciato a piazzare tende attorno ai centri sconvolti di SantAgostino e Bondeno nel ferrarese, a Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Mirandola nel modenese e a Crevalcore, larea del bolognese più colpita fino al confine con Ferrara e Modena. I primi lutti, sette i morti: quattro operai nel settore della ceramica e alla Tecopress di SantAgostino e alla Ursa di Bondeno, che hanno sacrificato la loro vita per un lavoro che in certe realtà produttive non si può fermare né di notte né nei giorni festivi. Feroci le polemiche sulla sicurezza nei capannoni prefabbricati, venuti giù come castelli di carte, ma tutti si chiedevano che cosa sarebbe successo se il sisma fosse arrivato la domenica mattina, con le chiese di Finale, di SantAgostino, di Buonacompra completamente distrutte e non solo quelle: non cè stata chiesa, da Crevalcore a San Carlo a Mirandola, che non avesse subito un crollo anche solo di un frontone. Sarà forse per questo brivido di una strage evitata e non solo per le immagini scenografiche dei danni, che le chiese sono diventate subito le icone di questo terremoto che passerà alla storia, insieme allorologio della torre di Finale spezzato a metà e poi buttato giù da una seconda scossa. Di quel giorno tutti ricordano Vittoria, la bambina di cinque anni salvata dal padre, dai vicini e poi dai vigili del fuoco allertati da un italiano che era negli Stati Uniti e che per sbaglio è stato chiamato dalla madre disperata. Ma non era affatto finita. Si stavano ancora contando i danni allagricoltura e, nei dettagli, al Parmigiano Reggiano e allaceto balsamico, al distretto del biomedicale di Mirandola-Cavezzo-Medolla e a tutte le imprese della zona, si erano appena celebrati i funerali, quando alle 9 di mattina di martedì scorso la seconda scossa ha seminato nuove rovine e lutti e reso più disperate le condizioni di una popolazione già stremata dal panico. Una scossa violenta, inattesa: 5 punto 8 di magnitudo, 10 chilometri nelle viscere della terra. Altre 17 vittime, tra le quali tredici tra operai e imprenditori al lavoro nel tentativo di recuperare il tempo perduto dopo una settimana di fabbriche chiuse e controlli di agibilità affidati a ingegneri privati. Anche qui nuovi capannoni crollati come se fossero stati colpiti da un meteorite. Il terremoto da martedì mattina si è spostato più a Est e nessuno parla più di San Carlo invaso dalle sabbie liquefatte venute su dal sottosuolo, di SantAgostino, di Finale Emilia. Ora si parla solo di Mirandola (sei morti), Cavezzo (3 morti), Medolla (tre vittime), San Felice sul Panaro (tre morti), ma anche Concordia (1 morto) e Rovereto di Novi (qui il parroco del paese ha perso la vita per recuperare una statua). La vita nelle campagne è tornata quasi al baratto, decine di migliaia di persone non rientrano più in casa per il terrore e per le lesioni ai muri o ai tetti e vivono sotto tende di fortuna nei parchi, nei campi sportivi, nei parcheggi. Scoppia la pesantissima crisi del distretto del biomedicale, completamente fermo in attesa dei controlli di staticità dei capannoni, con il rischio che le multinazionali portino linee produttive e operai negli altri stabilimenti europei. È una corsa contro il tempo, nella speranza che non ci siano nuove scosse distruttive. Il presidente Vasco Errani con i gradi di commissario per la ricostruzione promette che tutti avranno una casa degna di questo nome entro un tempo accettabile. Nessuno si è dato per perso, nessuno si è fermato e questo spicchio dEmilia diventato ricco da zona depressa che era, cerca con tutti i mezzi un nuovo futuro.