L'Italia si stringe intorno all'Emilia ferita, colpita da un terremoto lì dove nessuno lo attendeva. Perché le mappe non la indicavano come zona sismica e dunque si era costruito senza tenerne di conto. E il risultato figlio anche di una certa fretta di far ripartire la macchina produttiva della regione è un bilancio drammatico di morte e distruzione. Ma la tragedia emiliana diventa necessariamente l'occasione per verificare anche a casa propria, qui in Toscana, quali siano le condizioni. A che livello siamo quanto a sicurezza. E, come hanno mostrato i servizi giornalistici di questi giorni, i buchi neri non mancano. Innanzitutto per la lentezza con cui il Paese nel suo insieme ha fatto i conti con l'emergenza terremoti così come con quella di frane e alluvioni. Insomma, per la debolezza normativa con cui ha affrontato nel suo insieme il tema della prevenzione, salvo leccarsi sempre le ferite a posteriori e contare, secondo numeri probabilmente sottostimati del dipartimento della Protezione civile, danni per 147 miliardi negli ultimi 40 anni. Quando per prevenire ne sarebbero serviti molti meno. Il ministro Clini oggi parla di 47 miliardi per garantire la piena la sicurezza idrogeologica, ma noi sappiamo trovarli solo sull'onda delle emergenze. Nel frattempo abbiamo continuato a costruire molto spesso male e minimizzando i costi, a cementificare ogni angolo possibile, a disarticolare tutto il tessuto di fossi e fiumi. Tornando ai terremoti, la Toscana è diversi passi avanti rispetto all'Emilia. Ha una prima normativa del 1982 e poi una nuova del 2003 che, tra l'altro, ha inserito nelle aree ad alto rischio territori prima neppure presi in considerazione. Sta poi facendo controlli intensivi sugli edifici pubblici. Insomma, una serie di paletti oggi ci sono ma appunto anche tanti buchi neri a cominciare da quanto costruito tra i Cinquanta e inizio Ottanta. E molto c'è da fare continuando ad aggiornare le mappe, andando a zonizzazioni sempre più localizzate e individuando i vincoli conseguenti. Ma perché il sistema delle norme funzioni c'è bisogno anche di altre due cose. Innanzitutto di una burocrazia efficiente che non allunghi i tempi a dismisura, che non ci faccia uscire fuori dal mercato, che non faccia diventare la sicurezza un handicap per chi vuole investire. Che costruire in sicurezza costi di più è quasi sempre necessario, ma che diventi un vero e proprio ostacolo al fare non è necessario. Tutto questo potrebbe incidere sul livello più profondo, su quel deficit di consapevolezza nazionale che ci porta a non considerare come una priorità, come un valore non negoziabile quei soldi in più spesi per costruire rispettando le regole di sicurezza antisismiche o idrogeologiche. "Crede che ci sia qualcuno che mi chiede davvero di rispettare in pieno le normative e non piuttosto di risparmiare?", ci diceva giorni fa un ingegnere, grande esperto della materia. E' una semplice verità che ciascuno di noi, anche sulla base della propria esperienza, non può non testimoniare se fa prova di sincerità. E se i singoli così come le forme sociali organizzate, le associazioni di categorie, di interessi giocano a sfuggire alle norme, le amministrazioni locali quasi sempre se ne fanno portavoce, alzando la bandiera dello sviluppo e del lavoro. Lo si è visto di recente con le polemiche contro le nuove regole regionali per l'edificazione in aree a rischio idrogeologico; o anni fa, ancora in Toscana, con le battaglie di alcuni Comuni contro l'inserimento in classi antisismiche che prevedevano norme più severe e dunque più costi. Una miopia collettiva che è un'altrettanto grave emergenza di questo bel Paese pronto a svegliarsi e scaldarsi sempre dopo. Roberto Bernabò