Il paesaggio non è una cartolina per le anime elette degli esteti: la bellezza è un diritto di tutti, difenderla per consegnarla alle prossime generazioni è un dovere morale, oltre che un principio costituzionale. Lo ribadisce Salvatore Settis, che, nel suo libro Paesaggio Costituzione cemento (2010), ha denunciato il baratro che separa il principio della tutela del paesaggio, sancito dalla Costituzione, dalla realtà di degrado che offende il Bel Paese. Un degrado che, oltre a danneggiare il paesaggio, con cementificazioni, inquinamenti, veleni, incrementa un declino complessivo nelle regole del vivere comune, reso possibile da indifferenza, leggi contraddittorie, malcostume diffuso e monetizzazione di ogni valore. Ha rincarato la dose a Pistoia, Salvatore Settis, dove ha parlato al festival di antropologia «I dialoghi sull'uomo». Professore di storia dell'arte e dell'archeologia classica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, di cui è stato Direttore, già alla guida del Getty Research Institute di Los Angeles e presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici al Ministero per i beni e le attività culturali, Settis ha sottolineato la grande responsabilità che noi abbiamo nei confronti delle generazioni future: un assaggio di quanto racconterà nel suo prossimo libro, che uscirà a settembre per Einaudi e parlerà di come difendere i beni comuni. La tutela dell'ambiente è un principio costituzionale, scritto nella «superlegge» fondamentale della Repubblica, da cui tutte le altre leggi dipendono: quindi non abbiamo bisogno di nuove leggi? Proprio così: non ci sarebbe bisogno di altre leggi. Sarebbe importante che rispettassimo quelle esistenti. Nell'articolo 9 della Costituzione, sulla tutela del paesaggio, e nel 32, sul diritto alla salute dei cittadini, come singoli e come collettività, c'è tutto. Entrambi gli articoli appartengono ai «principi fondamentali» e tracciano un perimetro che può e deve diventare, contro l'inerzia degli ignavi, il baluardo di una strenua difesa del nostro ambiente e del nostro paesaggio. Prima che un dovere, in ossequio alla Costituzione, c'è un obbligo etico: è necessario recuperare il concetto di moralità, anche nel rispetto delle generazioni future. Distruggere il paesaggio è un delitto per cui è stata creata la nuova nozione di ecocidio. Negli Stati Uniti esiste il tribunale contro i crimini ambientali: il cittadino può agire contro le istituzioni se queste non rispettano l'ambiente. Gli americani hanno capito prima di noi che non si possono ignorare i crimini ambientali. Ma ancor prima lo comprese Atene. Lo stesso Ippocrate narra che ad Atene si emanò un decreto per allontanare dalla città la concia delle pelli i cui scarti venivano gettati nel fiume. Se il paesaggio e la salute ambientale sono un diritto di tutti, qual è il dovere a cui siamo chiamati? Le nostre responsabilità di cittadini non sono minori di quelle dei partiti. La responsabilità del cittadino viene prima. Dobbiamo riprenderci il diritto di fare politica nel senso etimologico del termine. La politica è la vita della polis, della città: il rapporto da cittadino a cittadino. Nell'etica del dono reciproco. Ha parlato di «ambiente: bene comune per le generazioni future», ponendo ancora una volta l'accento sulla necessità di preservare il paesaggio per chi verrà dopo di noi. Perchè ciò non avviene? Abbiamo paura del futuro e ci chiudiamo nel presente. Il malinteso amore per noi stessi rischia di oscurare le necessità di chi è lontano da noi nel tempo come i posteri, nello spazio, ma ci rende anche ciechi e sordi nei riguardi di chi è vicino a noi. Per esempio, i poveri. Se invece pensassimo a chi verrà dopo di noi, miglioreremmo anche la nostra vita. Dobbiamo essere bifronti: attingere alla storia per recuperare energie per il futuro. Salvaguardando i diritti delle generazioni future e la nozione di comunità di vita, possiamo rintracciare l'eco di antiche concezioni etiche, filosofiche e giuridiche come il bonum commune e la publica utilitas. In un Paese il cui tasso di cementificazione è tra i più alti d'Europa, è ancora possibile parlare di paesaggio come bene comune? Dobbiamo. Il bene comune è al di sopra dell'interesse privato. E non dimentichiamoci che la Costituzione è il più alto manifesto scritto in quest'ottica. L'interesse del bene comune non è contrario a quello dell'individuo: bene comune, comune valore. Il vero problema è che la conosciamo poco, la Costituzione, ancor meno i nostri politici. Io invito tutti ad averla sempre con sé. Oggi la fanno anche tascabile! Vicino alla Villa Adriana di Tivoli, monumento romano dichiarato patrimonio dell'umanità, doveva sorgere una discarica. Il governo ha cambiato idea all'ultimo momento, dopo le proteste dell'opinione pubblica, ma si è evidenziata una diversità di azione tra il ministrero dei Beni Culturali e quello dell'Ambiente. Possibile? È pazzesco essere arrivati a tal punto. Forse si pensava che gli olezzi della discarica potessero rallegrare l'archeologia! È l'ennesima dimostrazione che abbiamo bisogno di un unico ministero che tuteli il paesaggio, unificando le competenze. Non so perché Monti non ci abbia pensato: tra l'altro, in un periodo di crisi, sarebbe anche un risparmio. C'è bisogno di maggiore competenza da parte di chi è chiamato a guidare questi ministeri. «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?» Se lo chiedeva già Dante... Chi devasta l'ambiente lo fa per proprio profitto, non dimentichiamocelo, e spesso, purtroppo, si applica con studio. Anche da parte dello Stato ci vogliono persone competenti e attive per applicare le misure di tutela a favore dei beni comuni, come il paesaggio.