È il primo monumento condannato alla demolizione Una volta demolito il campanile non ci sarà nulla di più alto dei pioppi e dei cipressi fino a Sant'Agostino. L'ESPERTA DI BENI CULTURALI Carla Di Francesco é l'unica a decidere le demolizioni «Proprio a me doveva capitare?» Don! L'una. Sarà abbattuto di qui a pochi giorni ma continua a battere le ore, il campanile di Buonacompra, primo e finora unico monumento condannato alla demolizione da Carla Di Francesco, direttore regionale dei Beni architettonici e ambientali. Lei, sola autorizzata dalla legge a stilare la Schindler's list degli edifici storici, questo lo salviamo e quest'altro no, ieri mattina è scoppiata a piangere: «Proprio a me, doveva capitare? A me che ho passato tutta la vita professionale fra i tesori d'arte del Centese»? A lei. E gli abitanti di Buonacompra, ottocento anime a metà strada fra Cento e Ferrara, costretti a darle ragione con la morte nel cuore. Il campanile è fratturato in almeno tre punti, pericolosamente incombente sulla piazza della chiesa, peraltro sventrata, e minaccia da un momento all'altro di crollare. Hanno dovuto sloggiare a forza una decina di famiglie. Chiudere d'autorità il bar tabacchi di Francone e il forno di Antolini, nei paesi c'è chi ha diritto al nome e chi al cognome senza motivo apparente. Soprattutto, è stata interrotta la strada statale, e adesso chi vuole raggiungere Buonacompra lo può fare solo a piedi o in bicicletta, fiancheggiando un campo di grano ancora verde. "Ziridela d'un campanil ad campagna a son al più bel del'Emila Romagna...", dice la filastrocca che qui tutti imparano da piccoli, cantando in coro nell'ex palazzo littorio trasformato in scuola per l'infanzia. Il più bello magari no, rosso e con le persiane verdi sotto la cupola capitozzata dal sisma, e nemmeno fra i più antichi, visto che è stato costruito alla fine dell'Ottocento. Però i campanili fanno parte del paesaggio dell'anima, ogni italiano ha una mamma e un campanile, e dunque malgrado tutti siano d'accordo sulla demolizione - «Non possiamo restare isolati per sempre» - più d'uno piangerà a condanna eseguita. Il parroco, per cominciare. Don Marcello Poletti, 95 anni e ancora in servizio perché i preti sono sempre meno e devono durare, che la notte del terremoto ha fatto un ragionamento molto semplice: «Era saltata la luce, semi alzavo e scendevo le scale al buio mi ammazzavo di sicuro. Allora mi sono tirato il lenzuolo sugli occhi e ho aspettato che finisse. Tanto, mi sono detto, se è arrivata la mia ora non c'è niente da fare». Ieri sera, rosario sotto i portici. Domenica, sempre lì si dirà messa. Non sa se ci andrà Paola Bertelli, antica magliaia a domicilio oggi in pensione, «perché ho avuto delle disgrazie familiari». Di solito è il contrario. «Guardi, ognuno si regola come vuole. Io continuo a credere, però... E comunque il parroco è fantastico, le mie rimostranze le ha capite al volo». Emilia profonda, sobria, coraggiosa. Le parrucchiere Deborah e Loretta hanno riaperto bottega, l'unica del paese oltre al bar e al forno, «perché la vita deve continuare e si può benissimo ricominciare dai capelli». I clienti vengono? «Mai come in questi giorni». La contadina a riposo Carmen Frignani, «81 anni e mai visto il dottore», si dispiace solo per l'interruzione della strada: «Mio marito Ferruccio è al cimitero dal '97, sono sempre andata a trovarlo, tutte le mattine. Mi sembra di fargli una sgarberia e poi la giornata così diventa lunga, oggi ho fatto soltanto la pastasciutta col ragù. A stare con le mani in mano, anche se ho la salute, mi innervosisco». Buonacompra è sempre stato un mercato agricolo, come rivela il nome, si piantano ancora mais, grano e soia. Però oggi è famosa perla salama da sugo, è la capitale certificata del prodotto ferrarese per eccellenza e ogni anno, a fine luglio, c'è una sagra che richiama visitatori per quattro giorni di fila. «Il guaio - sospira Franceschina Cariello nel giardino di casa - è che da quando siamo rimasti isolatici stiamo mangiando le provviste della sagra. La pasta, l'olio...». Marito della signora Franceschina è Luigi Belfiore, saldatore in pensione malgrado i 58 anni appena compiuti: «Ce l'ho fattaper un pelo, dopo 41 anni di lavoro. E che!». La famiglia, una figlia adolescente che studia da maestra, dorme nel garage antisismico: «Lo abbiamo dovuto costruire come vuole la legge. La casa invece è antica e non ci fidiamo». A proposito del campanile, sguardi desolati. Non si può fare altrimenti. La dirimpettaia dei Belfiore, «l'impiegata al Bennet» Maria Grazia Cristofori, ricorda di «averlo sempre visto li, fin da piccola, è l'unica cosa che abbiamo». Una presenza. Un punto di riferimento, nella campagna piatta. Da Ferrara Italia Nostra ha già inviato un proclama, «Giù le mani dal campanile!», al quale sarebbe stato così bello aderire: «E invece domattina alle nove manifesteremo perché non si sbrigano a demolire tutto, campanile e chiesa. Una manifestazione educata, attraverseremo le strisce pedonali andando su e giù. Piange il cuore, ma non c'è altro da fare». La ditta è già stata individuata, c'è qualche difficoltà assicurativa. Ma ora che anche i Beni Architettonici hanno dato il via libera il destino del complesso ecclesiastico di San Martino è segnato. Cambierà il paesaggio. Quello fisico, perché non ci sarà nulla di più alto dei pioppi e dei cipressi fino a Sant'Agostino. Quello dell'anima, perché senza il campanile sarà dura festeggiare il patrono San Martino, 1'11 novembre, o fare la processione celebrando la salama da sugo l'ultima settimana di luglio. Buonacompra tiene molto alle sue memorie, ha un sito con il blasone azzurro e le fotografie, i personaggi, le date della tradizione. E la filastrocca sul campanile è in bella evidenza, è lui che racconta, in prima persona, fa lo spiritoso, «a ognun la so campèna», si lamenta dell'ultima volta che hanno sincronizzato l'orologio, «an son minga più abituè». Don, don, questione di ore, adesso sono le due.