Un commissariamento de facto. È quello che hanno pensato in tanti quando, all'inizio di aprile, è arrivato a Pompei (all'insaputa della soprintendente!) un superprefetto anti-infiltrazioni mafiose chiamato a gestire i 105 milioni di euro erogati dalla Commissione Europea. Anche perché la Direzione generale per le Antichità si era candidamente dichiarata incapace di spendere quei soldi, rischiando di farli perdere: e il commissario europeo per la politica regionale, Johannes Hahn, aveva fatto intendere che i fondi non sarebbero finiti nel buco nero determinato dalla lenta agonia di un MiBAC da troppi anni, di fatto, in sede vacante. Mentre scrivo, alla Corte dei Conti tre magistrati sono in camera di consiglio per decidere se accogliere o meno le conclusioni del pubblico ministero, che ha chiesto di condannare per danno erariale l'attuale sottosegretario Roberto Cecchi, la soprintendente del Polo Museale di Firenze e l'intero comitato tecnico-scientifico di storia dell'arte, accusati di aver gettato milioni di euro acquistando il famoso cristino ligneo 'di Michelangelo' in barba alle minime regole della buona amministrazione. La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio della direttrice regionale del Lazio, Federica Galloni, coinvolta nello scandalo del prezioso mobile settecentesco a cui è stato tolto il vincolo a seguito delle pressioni dell'avvocato dei proprietari. Per inciso, la stessa funzionaria ha denunciato qualche settimana fa un colossale ammanco (quasi 5 milioni di euro) al suo bilancio dovuto, pare, ad un contabile infedele quanto abile , salvo poi scoprire che si trattava solo (si fa per dire) di poche diecine di migliaia di euro. Il presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, Andrea Carandini, ha tranquillamente presieduto la seduta in cui il Consiglio ha attribuito 288.973 euro alla sua famiglia, a rimborso dei lavori effettuati nel castello di Torre in Pietra. Un comportamento che il responsabile per la cultura del PD, Matteo Orfini, ha definito «uno schiaffo al buon senso, una caduta di stile e un evidente caso di conflitto di interessi». D'altra parte, la conduzione del Consiglio è tale che il preside della Facoltà di Architettura della Seconda Università di Napoli ha dovuto querelare per diffamazione uno dei suoi membri per le offensive dichiarazioni espresse durante una seduta. Si potrebbe continuare a lungo, ma basterà aggiungere che tutto ciò galleggia su un mare di inettitudine, incompetenza e servilismo. Intendiamoci: le prime vittime di questo sfascio inaudito sono le centinaia di soprintendenti e funzionari preparati ed integerrimi che difendono coi denti un patrimonio ridotto al lumicino, rimanendo fedeli al mandato costituzionale in cambio di uno stipendio da fame. Ora, cosa ci si sarebbe aspettati dal Governo Monti? Un ministro tecnico che conoscesse a fondo la macchina ministeriale, così da rivoltarla come un calzino, cacciando gli incompetenti e i corrotti e promuovendo i funzionari preparati e irreprensibili. E invece chi è arrivato? L'unico ministro non tecnico: il professor Lorenzo Ornaghi, che il cardinale Bagnasco avrebbe voluto all'Istruzione, e che invece si è visto dirottato all'unico ministero di cui non importa nulla a nessuno. E non doveva importarne molto allo stesso Ornaghi, visto che non ha nemmeno pensato di dimettersi dalla carica di rettore della Cattolica, da cui è solo autosospeso. Per inciso, la stampa italiana si è un pò distratta circa questo macroscopico caso di doppia fedeltà: il ministro per i beni culturali (che dovrebbe tener testa alle autorità ecclesiastiche tutti i giorni) dipende sostanzialmente dal Vaticano. «Principio sì giolivo ben conduce», scrive il Boiardo. E, in effetti, Ornaghi e subito finito in ostaggio di quel sottobosco ministeriale che avrebbe dovuto disinfestare. Sarà che se ne è reso conto, il fatto è che Ornaghi cerca di agire il meno possibile. Il ministro non ha trovato una mezza giornata per andare nella città martire del patrimonio storico e artistico nazionale (L'Aquila); non è riuscito ad impedire che le Grandi Navi passino dal Bacino di San Marco; non ha mosso un dito per aiutare la giunta Pisapia ad archiviare il progetto di parcheggio che minaccia la 'sua' Sant'Ambrogio; non ha nemmeno provato a costringere Banca Intesa a mantenere la martoriata reggia di Carditello in Campania, che sostanzialmente appartiene all'istituto di credito e che lo Stato finirà per ricomprarsi (alla faccia del mecenatismo celebrato dal «Sole 24 ore»); non è stato in grado di dirimere le grottesche beghe che dividono i festival del cinema. Là dove ha agito, lo ha fatto in modo assai curioso. Ha difeso (seppur debolmente) Carandini per la faccenda del castello (commento del PD: «Spiace davvero che Ornaghi abbia deciso di coprire questi comportamenti che umiliano la storia del ministero che è chiamato a dirigere»). Ha prontamente dato udienza alla carnevalata imbastita da Matteo Renzi sulla Battaglia di Anghiari di Leonardo. Ha coperto Cecchi nel pasticcio della svendita del Colosseo a Della Valle, bocciata invece dall'Antitrust. Ha annunciato il clamoroso e assai discutibile commissariamento del Maxxi, provocando un terremoto che è culminato nella richiesta delle sue stesse dimissioni, subito alzatasi dal mondo dell'arte contemporanea. La sua nomina del giovane vicedirettore amministrativo della Cattolica Alessandro Tuzi nel CdA della Scala è stato giudicato severamente dal «Corriere della Sera» (Pierluigi Panza, 10 maggio), e Dagospia ha addirittura titolato: «Ora anche il Governo Monti ha la sua Minetti». Un successo (si fa per dire) del ministro milanese è legato alla Pinacoteca di Brera. In occasione del prossimo viaggio milanese del papa (dedicato al tema della famiglia), Formigoni aveva chiesto di portare in Regione nientemeno che lo Sposalizio della Vergine di Raffaello (sarebbe stato in effetti più appropriato un Crocifisso, visto che i ladroni erano già in loco). Ma un'intrepida funzionaria ha fatto notare al neoguelfo Ornaghi che spostare una tavola, quella tavola, era davvero troppo: e così a lasciare Brera per omaggiare il Santo Padre sarà 'solo' una tela del Correggio. Alla faccia della Costituzione. Il 25 maggio (proprio all'apice della deflagrazione dell'incredibile scandalo dei Girolamini) è, infine, arrivata quello che un'attenta regia degli spin doctors del Mibac ha provato a vendere come una vittoria di Ornaghi: una vittoria tanto importante da occultare mesi di errori, omissioni, silenzi. La vittoria in effetti è importantissima: la salvezza di Villa Adriana dalla progettata discarica di Corcolle. Ed è vero che Ornaghi, con un'improvvisa accelerazione mediatica, è arrivato a minacciare le dimissioni. Ma è un fatto che il comunicato stampa del Governo dica che «il Consiglio dei ministri ha condiviso le considerazioni del Ministro dell'Ambiente Corrado Clini», e non menzioni affatto Ornaghi. Sia come sia, non resta che sperare che si sia trattato di una svolta. E che sia finalmente finita la sede vacante che lascia a se stesso il patrimonio storico e artistico e il paesaggio più celebrati del mondo. Lo sapremo assai presto. Tomaso Montanari