Nella storia della devastazione dei Girolamini il punto non è certo la provenienza geografica dei vari attori. Marino Massimo De Caro è barese, e padre Sandro Marsano è ligure. Il direttore generale delle biblioteche Maurizio Fallace è nato a Roma, e il soprintendente Stefano Gizzi è invece dell'Aquila (le sue stupefacenti dichiarazioni hanno avuto se non altro il merito di indurre il Mibac a dichiarazioni pubbliche finalmente adeguate alla gravità della situazione; e, a proposito, se qualcun altro si trovasse in ritardo sulla riconsegna di libri ricevuti in prestito dai Girolamini: ebbene, il momento giusto per riconsegnarli è proprio questo). Presidente del Veneto è stato Giancarlo Galan, che ha avuto il buon gusto di scusarsi per aver accolto la raccomandazione di De Caro che gli veniva da Marcello Dell'Utri (notoriamente siciliano). Milanese, invece, il silente ministro Lorenzo Ornaghi. Veneto anche il grecista Filippomaria Pontani, da cui è partita la prima segnalazione del disastro; fiorentino il sottoscritto; calabrese Francesco Caglioti. Napoletani gli artefici del salvataggio: i coraggiosi bibliotecari dei Girolamini, Maria Rosa e Piergianni Berardi. E napoletani anche i vertici del Nucleo di Tutela dei Carabinieri e i magistrati della Procura. Insomma, quella dei Girolamini non è una storia napoletana, ma una tipica storia italiana. Il punto è il degrado culturale, morale e civile di un Paese in cui la politica non solo non è in grado di tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione, ma ha preso anzi a devastarlo attraverso una lottizzazione, una appropriazione e una strumentalizzazione assai più diffuse di quanto non si pensi. E in cui le università e le istituzioni culturali sono chiuse in un'autoreferenzialità che rasenta l'autismo. Ad un consigliere del ministro in carica tutto sarebbe stato possibile ovunque, in un'Italia troppo conformista e servile. E sono convinto che anche a Firenze le cose sarebbero andate nello stesso modo: e cioè che la reazione sarebbe semmai partita da singoli individui, non già da istituzioni soprattutto preoccupate di non turbare gli equilibri cittadini e del tutto intente a curare i propri affari. Naturalmente, se tutto ciò è avvenuto a Napoli, una ragione c'è. Ed è che non c'è una città italiana in cui il patrimonio storico e artistico sia, al tempo stesso, tanto importante e tanto fragile. La meravigliosa Biblioteca dei Girolamini, con la sua tormentatissima storia di precarietà gestionale e furti pregressi, era la preda perfetta per qualcuno che sperasse di mettere le mani su un fondo eccezionale e nello stesso tempo passare inosservato e confondere le tracce dei propri crimini in una storia di degrado pluridecennale. Se vogliamo eliminare il terreno di coltura in cui potrebbero svilupparsi altri casi analoghi, dobbiamo dedicare denaro ed energia alla manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio (in particolare di quello sacro, sterminato e importantissimo) e delle biblioteche. Esattamente quello che non stiamo facendo.
NAPOLI - GIROLAMINI, Una storia italiana
Il direttore generale delle biblioteche Maurizio Fallace ha dichiarato che la devastazione dei Girolamini a Napoli è un problema italiano, non napoletano. Il ministro Lorenzo Ornaghi è milanese, mentre il presidente del Veneto Giancarlo Galan è stato il primo a scusarsi per aver accolto la raccomandazione di De Caro. I bibliotecari Maria Rosa e Piergianni Berardi sono stati i primi a segnalare il disastro. Il degrado culturale e morale del Paese è stato causato dalla politica, che ha devastato il patrimonio storico e artistico. Le università e le istituzioni culturali sono chiuse in un'autoreferenzialità che rasenta l'autismo. Il degrado della Biblioteca dei Girolamini è stato un caso di furto e appropriazione.
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