Né diritto d'autore né pubblico dominio. E al posto della usuale avvertenza «Tutti i diritti riservati» una nuova formula: «Alcuni diritti riservati». Un modo nuovo per proteggere le opere creative, che lascia all'autore la libertà di vincolare come meglio crede l'uso che gli altri possono fare del proprio lavoro. Questo tipo di licenze, tradotte e adattate alla realtà giuridica italiana lo scorso anno, si chiamano Creative commons e sembra che possano avere un successo simile a quello che l'open source, il codice aperto, ha avuto per il software. Un'opera protetta da Creative commons può essere distribuita e utilizzata liberamente, a patto che vengano rispettate alcune condizioni fondamentali. Con la licenza tipica, quella più restrittiva, si deve riconoscere la paternità dell'opera all'autore originario. In secondo luogo non si può usare il lavoro per scopi commerciali e, infine, l'opera non può essere alterata, trasformata o sviluppata. L'autore può comunque decidere di rinunciare a una o più di queste condizioni. L'importante è che chiunque riutilizzi il lavoro chiarisca nuovamente i termini della licenza. Per chi si chiedesse che cosa ci si guadagna a rendere liberi i propri contenuti, la risposta, nella maggior parte dei casi è: niente. Così come spesso accade con il software libero, l'autore non guadagna alcunché dal concedere il proprio lavoro, tranne il fatto di essere sempre citato. Al limite si ottiene pubblicità, se questo è lo scopo. In Italia già un discreto numero di siti è on-line come Creative commons. C'è per esempio Punto informatico, un sito di informazione sulle tecnologie, la cui licenza è in pratica quella riportata prima, o Li-ber liber, la biblioteca telematica ad accesso gratuito. Anche il network degli attivisti di Indvmedia ha adottato questa licenza, permettendo però un uso dei contenuti anche per scopi commerciali. Pubblicascuola.it, poi, ne ha fatto il proprio manifesto per la realizzazione e la diffusione in rete di manuali scolastici totalmente gratuiti e adattabili liberamente dagli insegnanti. L'esempio che sicuramente avrà un grande successo è però quello del nuovo blog di Beppe Grillo, che a fondo pagina indica proprio l'uso della Creative commons licence nella versione tradizionale. Al sito www.beppegrillo.it è legato il nuovo spettacolo che il comico genovese sta portando nei teatri italiani. Le pagine web servono a far partecipare il pubblico delle varie città toccate dal tour, i cui interventi e spunti sono usati da Grillo durante lo spettacolo e potranno essere pubblicati da chiunque nel rispetto della licenza d'uso. Le Creative commons sono nate negli Stati Uniti nel 2001 su iniziativa di un docente di Stanford, Lawrence Lessig, seguito da giuristi, associazioni universitarie, autori e attivisti. In Italia hanno contribuito alla diffusione il Dipartimento di scienze giuridi-che dell'università di Torino e l'Istituto di elettronica e di ingegneria dell'informazione e delle telecomunicazioni del Cnr. L'avvocato Massimo Travostino, nel gruppo di lavoro con il professor Marco Ricolfi dell'ateneo torinese, avverte che è improprio parlare di pubblico dominio anche nei casi in cui si concede maggiore libertà nell'uso delle opere, dal momento che l'autore non può comunque far decadere i diritti. Meglio parlare di concessione per determinati usi. Per la trasposizione italiana si è dovuto tener conto anche della presenza della Siae a cui gli autori affidano la gestione del propri diritti. Una condizione incompatibile con l'adozione delle Creative commons.
Creatività a portata di tutti Una licenza libera le opere
La licenza Creative commons è un tipo di licenza che lascia all'autore la libertà di vincolare come meglio crede l'uso che gli altri possono fare del proprio lavoro. Questa licenza è stata adottata in Italia e sembra avere un successo simile a quello dell'open source. Con la licenza tipica, si deve riconoscere la paternità dell'opera all'autore originario, non si può usare il lavoro per scopi commerciali e l'opera non può essere alterata. L'autore può comunque decidere di rinunciare a una o più di queste condizioni. Chiunque riutilizza il lavoro deve chiarire nuovamente i termini della licenza. In Italia, già un discreto numero di siti è on-line che adottano questa licenza, come Punto informatico e Li-ber liber.
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