Crollata una su tre. "Insufficienti i fondi della Cei" Danni da Modena a Mantova. "Il nostro Paese non riesce a tutelare i beni culturali" Lecatombe delle chiese è qualcosa a cui, per ora, si pensa poco. Ci sono uomini e donne da soccorrere e ricoverare, morti da piangere, case abbandonate, ferite psicologiche che si rimargineranno solo con gli anni. Ma prima o poi si dovrà guardare a questaltra ferita, che è di tutti: non solo dei fedeli, non solo dei preti. Le chiese e i campanili stanno nel panorama dellanima, in questa pianura padana sconvolta. Don Carlo Truzzi, parroco del Duomo di Mirandola, nemmeno ci può tornare a guardarlo, il suo Duomo. Tutto il centro di Mirandola è chiuso, svuotato, transennato, sorvegliato da vigili e polizia. Più o meno una chiesa su tre, nellarea del terremoto, è inagibile. Sono 45 solo nella diocesi di Modena. Don Carlo prova a prenderla così: «Non potevano non cadere». Per dire: sono chiese che hanno più di cinque secoli, e chi pensava mai che questa fosse zona dove un terremoto poteva far danni? E poi: «Il Duomo, per esempio, è del 1470, costruito dai prìncipi Pico per la loro piccola capitale. Da allora ben due volte la navata laterale destra ha ceduto. I criteri costruttivi di allora non resistono». E San Francesco, una delle più antiche chiese francescane dItalia, uguale. «Del Duomo il 20 maggio era crollato il tetto, la volta della navata centrale - racconta don Alex Sessayya, indiano del Kerala, vicario della parrocchia - Pensavamo, col tempo, di poterla ricostruire. Ora, dopo le scosse di lunedì, è difficile. Anche la campane, le più grandi della zona, sono piovute giù allinterno del campanile». Sabato 26 scorso lui e don Carlo sono entrati coi vigili del fuoco nella chiesa inagibile, «per salvare due statue, della Madonna e del Sacro Cuore, un dipinto quattrocentesco della Vergine, e altro». Potevano lasciarci la pelle, come don Ivan Martini a Rovereto. Chi pagherà i lavori di recupero delle chiese, se e quando mai si faranno? Di solito ci pensano la Cei, lo Stato, e i privati. «Il centro diocesano si è già attivato - spiega don Carlo - Ma la Cei finanzia fino al 75 per cento per le opere nuove. Per lantico, in quanto bene artistico, il contributo non va al di là del 30-35 per cento. Dieci anni fa noi avevamo fatto lavori al campanile, e la Cei aveva dato il 30 per cento. È poco, ma ci eravamo riusciti. Stavolta è diverso. Troppe chiese danneggiate, o addirittura crollate, pochi soldi in circolazione. Solo qui a Mirandola, sono cinque: Duomo, San Francesco, Gesù, Madonnina, e lex-chiesa del Sacramento». Magari li si è lasciati un po andare, questi luoghi di preghiera e di arte: «Noi abbiamo la coscienza pulita - dice don Carlo - Abbiamo fatto un continuo lavoro di attenzione». Dopo il primo terremoto del 20 maggio, «quelli della Soprintendenza sono venuti a vedere il campanile, ma il terremoto ha lavorato più veloce di loro, che sono una struttura lentissima, e se anche avessi avuto i soldi per aggiustarlo, non potevo farlo perché avrei violato la legge». E comunque di soldi ce ne vorranno davvero una montagna. «Di recente abbiamo fatto interventi sulla chiesa di San Biagio e sul Duomo - spiega Maria Pia Cavani, portavoce della Curia modenese - Abbiamo usato la fibra di carbonio, con costi imponenti a cui hanno contribuito il Comune, fondazioni bancarie, privati. Ma quando vedi quel che è successo adesso, diventa inimmaginabile programmare tutto». Lei, laltroieri, ha visto venir giù di botto il frontone della chiesa di Camposanto. E forse le chiese pagano anche la crisi della loro funzione, e della partecipazione dei fedeli, secondo Italo Scaietta, presidente e fondatore degli Amici di Palazzo Te a Mantova: «E anche questo può aver fatto scadere la manutenzione, ma resta il fatto che tutti i beni della Chiesa sono a rischio». Anche Mantova ha avuto danni preoccupanti: la torretta della chiesa di Santa Barbara, le crepe a Palazzo Te e alla torre del Salaro. Scaietta vede nero: «I beni culturali del nostro Paese sono abbandonati, e non frega niente a nessuno, tanto meno ai nostri governanti».