La convivenza di due estremi che caratterizza l'essere palermitani Confinano, a Palermo, il lusso e il brusco. Una parete sottile li divide, e talvolta neanche quella. Tutto è a vista: la decadenza e il fasto. Nei palazzi blasonati il confine manca da secoli. Un mercato popolare come la Vucciria è limitrofo da sempre a quel gioiello architettonico che sono i Quattro canti, incrocio originario della Palermo araba, quadripartizione dei mandamenti Palazzo reale, Tribunali, Castellammare, Monte di pietà. Vedere oggi risorgere Palazzo Branciforte è una gioia grande con retrogusto amaro, perché nella sua resurrezione c'è purtroppo, nascosta, la morte di tanti altri gioielli. Palazzo Bonagia, per esempio, che si affaccia scheletro da horror architettonico su una via Alloro che un tempo era la rue de Rivoli di Palermo. Un palazzo patrizio via l'altro, contraddistinti da nomi di casate che contengono storia, leggenda, rovina. Palazzo Bonagia fu centrato da una bomba angloamericana il 9 maggio del '43, riducendo il suo fasto a una sola scala di marmo rosa, magnifica, arcuata, che conduce come in un film surrealista a un niente posto a dieci metri da terra. La bomba salvò, oltre alla scala, la facciata, fronte sdentato e sottile su una via che per metà era rovine e per metà residenze nobili svuotate. In una di queste, proprio di fronte a Palazzo Bonagia, andai ad abitare nel gennaio '81 con un mio amico, prima casa di giovani uomini che s'affacciavano, squattrinati, sul mondo del lavoro. L'agente immobiliare che ce la mostrò ci disse che lì aveva abitato Rosolino Pilo, eroe del risorgimento siciliano. L'appartamento era al piano nobile, circa 30o metri quadri a cui si accedeva da uno scalone in porfido. Metà del palazzo nato nel tardo medioevo, sede nel Quattrocento della zecca e successivamente acquistato dai baroni Cefalà era un ammasso di rovine dovute alle bombe del '43. Nell'altra metà andammo a vivere noi, pagando un affitto di 8omila lire al mese. Ricordo che c'era anche la stanza dello scirocco, una camera senza finestre, dove ci si rifugiava quando il vento da sudest raggiungeva i 40 gradi. Una di quelle notti, l'alito del deserto divenne violentissimo, tirando a cento all'ora. Vibrava tutto, e oscillarono in modo fatale molte rovine dei bombardamenti; tra esse la facciata di Palazzo Bonagia, che venne giù travolta dalle raffiche. Le pietre di tufo uccisero un custode abusivo che lì aveva trovato residenza ed entrarono nel nostro palazzo, sventrandone gran parte. I crolli erano regola, il Comune balbettava scuse, ma nessuno salvava gli edifici del centro storico. Dietro l'angolo, Palazzo Abatellis si ergeva (e si erge) monumentale con la sua raccolta d'arte che annovera tra i pezzi pregiati l'imperdibile affresco del Trionfo della morte e uno splendido Antonello da Messina. A due passi, c'era e c'è il Palazzo dello Steri, antica sede dell'Inquisizione e oggi sede del rettorato. Sull'altro lato della piazza, il massiccio e prezioso Palazzo Fatta, sede per decenni del più bel Museo delle marionette mai visto, frutto del lavoro amorevole di Antonio e Janne Pasqualino. A pochi metri si costeggia Palazzo Mirto e poi ancora, in una traversa non lontana, Palazzo Aiutamicristo, con i suoi cortili ancora coperti dell'acciottolato antico, per infine giungere a Palazzo Gangi, dove Visconti ambientò il valzer del Gattopardo. Si potrebbe continuare verso il mare, e imbattersi nella sequenza di palazzi Butera, Benso e Lanza Tomasi, dove abitò Giuseppe Tomasi di Lampedusa che s'affacciano sulla lunga ed elegante terrazza che guarda il golfo, chiamata Passeggiata delle cattive (dal latino captivae, vedove). La lista dei nomi è pressoché infinita: ogni strada del grande centro storico di Palermo ospita palazzi patrizi, divenuti nei secoli ricordo se non addirittura devastazione. Capita anche che qualcuno si dedichi alla ricostruzione di un fasto. E successo a Palazzo Sambuca, sempre nella magnifica e ferita via Alloro, dove Marco e Rossella Giammona si sono spesi per restituire alla città un gioiello settecentesco: dove c'erano sterpi e macerie ora c'è una fondazione aperta al pubblico che ospita mostre ed eventi. Oppure Palazzo Sant'Anna, a Lattarini, divenuta una delle sedi espositive più belle della città, che confina con piazza Croce dei Vespri, dove la leggenda vuole che siano sepolti duecento soldati angioini sgozzati all'ora del vespro da cittadini offesi, un pomeriggio del 1282. Arte e violenza, estetica e morte. Cocktail che, in città, sono sempre andati per la maggiore, alimentando l'essere profondo di ogni palermitano. Non si può rendere generale una sensazione, è vero, perché sarebbe un atto di presunzione, ma la mescolanza continua di due generi è quello che meglio d'altro identifica l'essere palermitani. La tristezza e la bellezza. Come diceva Yasunari Kawabata, che forse aveva un cugino originario della Kalsa.