Due ministri minacciano di abbandonare e Pecoraro lascia È come la storia del morto che afferra il vivo. In questo caso, la enorme e nauseabonda massa di rifiuti indifferenziati che, esaurita l'immensa discarica di Malagrotta, la capitale presto non saprà più dove mettere stava per scaricarsi, per intero, su Palazzo Chigi e sul governo tecnico. Sul cui tavolo, ieri, è finito il maleodorante rompicapo. Da una parte, le dimissioni del professor Andrea Carandini, illustre archeologo e presidente del consiglio superiore dei Beni Culturali. E pronte a seguire quelle di almeno due ministri-professori del governo Monti, il titolare della Cultura Lorenzo Ornaghi e quello dell'Ambiente, Corrado Clini. Contrarissimi ad aprire la nuova discarica di Roma, scaricare quei 3500 rifiuti non differenziati prodotti ogni giorno dalla capitale, a poco più 2 chilometri di Villa Adriana, a Tivoli. e a settecento metri dell'area che la circonda, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Dall'altra. l'ostinazione del prefetto di Roma, Pecoraro, che, nominato commissario straordinario per l'emergenza rifiuti da Berlusconi nel luglio scorso, in tutti questi mesi e fino all'ultimo - nonostante le illustrissime proteste, gli esposti. le indagini della magistratura - ha difeso la scelta proprio di quella località denominata Corcolle. La via d'uscita sono state le dimissioni del prefetto. Respinte due giorni prima dallo stesso Monti. E accettate ieri. Nove mesi dopo aver ricevuto l'incarico, Pecoraro getta la spugna. E al suo posto il governo tecnico nomina un nuovo commissario. Goffredo Sottile, prefetto anche lui, ma ormai in pensione. Già commissario per l'emergenza rifiuti in Calabria dal 2008 e prima ancora in Campania. Che dovrebbe riuscire laddove il suo predecessore ha fallito. «Ma se il commissariamento in Calabria è stato un disastro; oltre un miliardo di euro spesi e non hanno risolto nulla», fa osservare Alessandro Bratti (Pd), membro della Commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti. «Le gestioni commissariali sono un danno peggiore del male», avverte. Mentre dal vasto fronte nato in difesa di Villa Adriana si levano sospiri di sollievo. Quella ipotesi «è archiviata», scandisce il ministro Clini, terminata la riunione del Consiglio dei ministri, in cui, carte alla mano, ha spiegato la portata di quella scelta dissennata. Ancora nero su bianco nell'ordinanza firmata dal commissario all'emergenza rifiuti del Lazio lo scorso 6 settembre. Ma le responsabilità «non possono essere scaricate solo sul prefetto Pecoraro, che è arrivato per ultimo», lo difende il ministro, puntando il dito contro le amministrazioni locali. «Roma e il Lazio avrebbero potuto attrezzarsi per tempo», denuncia. L'emergenza e la vicenda Corcolle, aggiunge, sono «il risultato di una gestione sbagliata, contraria alle leggi e alle direttive europee, da parte della amministrazioni locali». Non ha ancora finito di parlare che la presidente della Regione Renata Polverini e il sindaco di Roma Gianni Alemanno già fanno ripartire l'eterno scaricabarile sui rifiuti romani. «È arrivato il momento che Comune e Provincia si assumano le loro responsabilità», scandisce Polverini. E Alemanno scarica: è la Provincia che deve decidere dove fare la discarica, e comunque «non nel Comune di Roma». Niente affatto. replicano da Palazzo Valentini: alla Provincia spetta indicare una lista di aree mentre la localizzazione del sito tocca al Comune. E comunque la Regione non ha ancora definito i criteri di localizzazione di quelle aree. Fin qui - spiega il capogruppo regionale del Pd - Renata Polverini aveva preferito accorpare Comune e Provincia: «Ora ci ripensa, meglio tardi che mai». Si capisce, insomma, come si è arrivati fin qui. Per chiarirsi le idee basta leggere i dati sulla raccolta differenziata a Roma, ferma al 24-26 e fatta così male che la metà degli scarti finisce comunque in discarica. Con uno spreco di soldi che il Pd del Lazio quantifica in 20 milioni di euro l'anno. Mentre gli impianti per il trattamento dei rifiuti lavorano a poco più del 50 delle loro possibilità. Quanto al lavoro fatto fin qui dalla Regione basta dire che Corcolle era uno dei sette siti alternativi individuati nel piano rifiuti da lei redatto. Il prefetto Pecoraro non ha fatto altro che copiare e incollare. E infine, anche lui è stato costretto a gettare la spugna.