Nuovo sopralluogo, i tecnici confermano: nessun danno strutturale alle case Oltre la porta si nascondono un cumulo di guano e una teoria di scale marce. La proprietà è del Comune che però non ha accesso. Il privato: «Da parte mia massima disponibilità. Il problema è che nessuno è mai venuto a bussare». Come ballerini poco affiatati che si pestano i piedi. L'abbraccio tra la Torre della Gabbia e i palazzi che si affollano alla sua base è lento, imperfetto. Il terremoto li ha sbattuti tra loro, aprendo crepe profonde, cerniere da cui filtra la luce del giorno. Ma le cicatrici sono innocue, la scossa ha soltanto sciolto l'abbraccio per qualche istante. Il nuovo sopralluogo dei tecnici del Comune conferma che la Torre è salda e gli appartamenti che le respirano addosso pure. Vero, c'è il tetto cariato da ripristinare, però la corona di mattoni non balbetta più e i muri sono robusti. Può bastare? Forse a zittire le preoccupazioni, non a spegnere lo sconforto. Anzi. Forzata con un piede di porco, alla fine la porta che conduce all'interno della Torre ha ceduto, aprendosi alla meraviglia e spalancandosi sull'abbandono. L'ingresso appartiene all'avvocato Mario Nuvolari che si scrolla di dosso l'accusa di aver sbarrato l'accesso al Comune: «Massima disponibilità, il problema è che nel corso degli anni non è mai venuto nessuno a bussare». Altro che manutenzione. Intercettiamo l'avvocato con un piede già sul pedale, pronto a sgambettare fino a Peschiera dopo la giornata di lavoro. Non è che si potrebbe dare un'occhiata all'interno del "camino" duecentesco? «Prego». L'indirizzo è via Cavour 96. Nuvolari fa strada su per lo scalone, aggredendo i gradini due alla volta. Il solaio è un labirinto di legno, un saliscendi che odora di umido e profuma di antico. S'inciampa nella cappella dei Bonacolsi quasi per caso, l'avvocato illumina ciò che resta degli affreschi con una torcia, quindi punta il fascio sulle crepe vecchie. L'arte dell'uomo e le ferite del tempo. Il labirinto si arrampica su per un'altra scala, poi l'affanno rallenta in stupore: la stanza sembra galleggiare nella luce del pomeriggio, la cupola di Sant'Andrea è così vicina che la si vorrebbe quasi afferrare. Eccola la crepa dell'abbraccio interrotto. Eccola la Torre incapsulata nel perimetro della stanza. Il muro esterno è una tavolozza di colori, l'accesso è nascosto da un'altra porta ancora. Oltre comincia la puzza di pollaio e la magia s'impasta con l'abbandono. La puzza aggredisce il naso, la magia mozza il respiro. La luce piove da sessantacinque metri d'altezza, il tetto è ciò che resta tra i buchi (poco e niente), le scale di legno sono guaste come denti marci, impossibile anche solo pensare di salirle. Pure gli uomini del Comune si sono arresi. La Torre è una vertigine alla rovescia, un camino stretto stretto, basta affacciare la testa per rendersi conto della solidità dei muri, spessi almeno due metri. E già che non cade. I tecnici contestano il ricorso a termini troppo forti, emozionali, sbavati. «La torre non implode» replicano. Sarà, ma l'impressione è che le scale possano collassare di schianto, depositandosi sul fondo dove già sedimentano trenta centimetri buoni di guano. Limitarsi a rifare il tetto significherebbe mettere il tappo al camino. Lasciare che marcisca dentro, tanto non cade. L'affanno dei conti pubblici impone passi prudenti, misurati al centesimo, ragione e sentimento suggerirebbero altro. La Torre andrebbe svuotata, ripulita, aperta ai mantovani e ai turisti. Ricorda Nuvolari di quando, bambino, si arrampicava su per le scale di legno, premiato da un orizzonte da favola, senza ostacoli a frenare lo sguardo. Già, sarebbe bello, il guaio è che la storia della Torre è labirintica, aggrovigliata come il grappolo di case private che l'assediano. Ceduta trent'anni fa al Comune in cambio del restauro delle facciate dei palazzi, la Torre rimase sigillata. Senza accesso diretto. L'inconveniente sembrava risolvibile attraverso una trattativa altra per acquistare l'ingresso originale, sepolto nel fondo di una bottega di via Cavour, ma l'affare naufragò. Insieme al progetto avveniristico di un ascensore panoramico da sparare sopra i tetti della città. Insomma, se pure in cassa ci fossero i soldi, bisognerebbe prima aprirsi un varco pubblico. Sgomitare un po' per farsi largo e pretendere la propria parte di abbraccio.