Fumone è un borgo medievale che torreggia nella conca compresa tra Fiuggi ed Alatri. Località isolata, dove non accade mai nulla di rilievo. Ma in questi giorni c'è fermento: il paese si sta cucendo addosso un vestito tutto nuovo, attraverso lavori di recupero del centro storico finanziati con fondi regionali. Tutto il paese, a eccezione del castello. Eppure è il castello la principale attrattiva di Fumone, tant'è che ogni anno viene visitato da migliaia di turisti, studiosi, pellegrini. Perfino da Paolo VI, nel 1966. Fu infatti la più importante castellania della Chiesa nel basso Lazio; nel m8 vi venne rinchiuso Maurizio Bordino, antipapa; nel 1296 vi morì Celestino V, l'uomo del «gran rifiuto». C'è una ragione per cui la Repubblica italiana rimane cieca davanti ai suoi tesori? C'è un argomento che può giustificare il Lazio, dove se ne conserva forse la parte più preziosa? Il disinteresse verso il castello di Fumone non è affatto isolato: per dirne una, versa in una condizione di degrado la Rocca di Bassano Romano, nella provincia di Viterbo. Nel caso di Fumone, i fratelli de Paolis Longhi - ultimi eredi d'una famiglia che acquisì il castello nel 1584 - lo mantengono in uno stato più che decoroso. Ma l'edificio avrebbe bisogno di restauri, a cominciare dal tetto; mentre le nevicate di febbraio hanno abbattuto gli alberi secolari piantati sul giardino pensile. Da qui una comunicazione alla Soprintendenza: che però ha risposto con calma, dopo varie settimane; e ovviamente senza offrire alcun aiuto. C'è allora una questione generale da porre sul tappeto, muovendo da vicende particolari come quella qui illustrata. L'articolo 9 della Costituzione obbliga lo Stato a tutelare il nostro patrimonio storico ed artistico; e la tutela serve a renderne possibile la valorizzazione, ovvero la fruizione collettiva. Ecco perché la proprietà dei beni culturali è stata definita come «una disgrazia costituzionalmente sancita»: perché sul proprietario gravano obblighi e divieti, dato che ogni bene culturale è per vocazione pubblico, di tutti. Ma allora lo Stato deve concorrere alle spese di tutela, tanto più quando il bene abbia le porte spalancate. E infatti gli articoli 38 e 113 del codice dei beni culturali danno corpo a questo principio costituzionale. Succede viceversa che il castello di Fumone sia aperto ai visitatori da vent'anni, senza aver mai ricevuto un euro di contributi pubblici. Succede che lo Stato lesini risorse trincerandosi dietro a una cassaforte vuota, quando nel 2009 ha sborsato un milione e mezzo per «L'allenatore nel pallone 2», dove Lino Banfi vestiva i panni del mister Oronzo Canà. E infine succede che ci accorgiamo di quest'autentica emergenza nazionale se crollano le Mura aureliane, la Casa dei gladiatori a Pompei, la Domus Aurea. Ma il nostro patrimonio culturale è punteggiato da strutture periferiche, non meno importanti dei monumenti più affollati. Nel Lazio, averne cura significa trasformare Roma da meta solitaria in una stazione di partenza, da cui s'irradia il turismo culturale. E il momento di pensarci, di predisporre un piano su scala regionale.