Da tempo si parla di un museo della scienza a Roma come percorso urbano che coinvolga l'intera città, basato su poli costruiti ristrutturando le collezioni esistenti, dove il legame con la ricerca consentirebbe una divulgazione non banale. Il farraginoso museo della Villette a Parigi, peraltro, mostra in modo spettacolare l'impossibilità di comprendere la totalità del sapere in una struttura unitaria, l'inattualità del museo scientifico come sistemazione classificatoria, enciclopedia delle conoscenze. Di questa nuova rete il Museo geologico a largo Santa Susanna potrebbe divenire uno dei gangli vitali perché nelle sue preziose collezioni e nell'architettura della sua ottocentesca sede (nel messaggio innovatore di trasparenza e leggerezza che le sue trame metalliche contengono) si concentrano molte memorie e simboli della cultura scientifica romana. Non solo. Dai percorsi labirintici delle antiche cave nel sottosuolo, alle mura serviane di tufo appena portate alla luce, fino allo splendore delle collezioni di pietre e marmi antichi dei luminosi piani alti, il rinnovato museo potrebbe mostrare uno spaccato del legame della città col suo sottosuolo. Un legame con la materia che, trasformata da una civiltà plastica e muraria, ha alimentato per secoli vocazioni e durata dell'architettura romana. Un modo di leggere Roma attraverso uno dei suoi caratteri fondanti: i materiali che emergono dalle profondità del suolo, come da un'oscura regione germinale, e vengono immessi nel ciclo vitale della città, dove acquistano la coerenza delle strutture, si aggregano in solari organismi architettonici. Eppure le molte proposte che si sono alternate sulla sorte dell'edificio disegnato da Canevari (uffici dei servizi segreti, Casa delle Nuove Tecnologie, «mediateca» con negozi e ristoranti e altro ancora) sembrano considerare questo patrimonio non una risorsa, ma un peso di cui doversi liberare. Col risultato che oggi molte raccolte, con i loro olotipi fossili unici al mondo, sono malinconicamente ammassate in capannoni a Castelnuovo di Porto mentre alla grande biblioteca voluta da Quintino Sella sono stati assegnati 240 miseri metri quadrati in due magazzini a lungotevere dei Papareschi! Non solo Italia Nostra, sulla scia delle battaglie di Antonio Cederna, ha posto con forza il problema, ma la stessa Unesco ha espresso preoccupazione per la sorte di «collezioni insostituibili». E centinaia di uomini di cultura hanno firmato contro la manomissione dell'edificio, palinsesto tra i più significativi della via romana alla modernità. Il valore di un'opera d'architettura non sta solo nel suo oggettivo valore documentario. Contano, soprattutto, i significati che gli sono attribuiti, le letture che ne vengono fatte. Per questo occorre opporsi di continuo alla catena di proposte che si vanno succedendo, le quali finiscono per trasformare il severo edificio di largo Santa Susanna, da magnifica eredità culturale, in contenitore asettico, disponibile, depurato della sua storia.