GLI inizi degli anni Venti del secolo scorso, coloro che avevano voce in capitolo nella gestione della città, decretarono la distruzione del Castellamare prospiciente sulla Cala cittadina. E' superfluo ricordare ciò che rappresentava quel manufatto nato forse in età islamica; esso era l'emblema stesso della città, della sua storia, della economia e aveva innervato la vita stessa di Palermo. Invano si oppose a quella distruzione insensata un gruppo di intellettuali raccolti attorno a quella che allora era, fra l'altro, un'associazione con scopi anche di difesa dei beni culturali: la Società Siciliana di Storia Patria. I massacratori accamparono i soliti motivi economicistici e bollarono di conservatorismo miope e di arretratezza quegli sparuti e spauriti intellettuali della Storia Patria. E il Castellamare fu raso al suolo. Oggi si tenta il recupero dei suoi pochi resti e si piange sul latte versato. Lo scempio del Castellamare non è che un episodio fra i tanti che hanno da sempre caratterizzato negativamente la storia della città. Da un lato l'arroganza di chi ha quasi sempre governato Palermo e dall'altro la flebile voce della cultura. Agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso l'amministrazione cittadina ebbe un sussulto di volontà innovativa e sovvertitrice della so -lida opaca atmosfera di rassegnata ottusità. Diede incarico a due architetti, "foresti" e svincolati da interessi locali, il compito di regolare il nucleo storico della vecchia città. I due architetti, Leonardo Benevolo e Pierluigi Cervellati, fecero il miracolo, in una città tradizionalmente sorda, di suscitare un progetto di rispetto e di risarcimento di ciò che rimaneva della città. Il progetto, tra l'irrisione e il dileggio di taluni professionisti locali, giunse fino all'approvazione finale. Atto anomalo e inaudito in una città che ha per tradizione allergia alla cultura. Sul filo di quel progetto furono realizzate alcune opere che ne certificano la bontà. La vecchia e solita classe dirigente preparò la sua rivincita. L'amministrazione che aveva dato vita al piano fu travolta, il piano stesso fu bollato di irrealismo. Fu messo allo sbando quell'Ufficio del Centro Storico titolare operativo, crogiolo e vivaio metodologico dei diversi interventi. Due sono i principali obietti vi perseguiti oggi per demolire il piano Benevolo-Cervellati: le norme di attuazione e la disciplina delle destinazioni d'uso degli immobili. Le norme d'attuazione sono state rese flaccide e flessibili, il cambiamento d'uso è stato usato come grimaldello di scardinamento del piano. Entrambi ne colpiscono a morte lo spirito. Occupiamoci di questi due grimaldelli. Il volto di Palermo è fatto di grosse architetture di chiese e di palazzi nobiliari. Distruggere le chiese non si può, almeno quelle maggiori. Ma manomettere e sfigurare palazzi in nome di ipocrite ragioni di sviluppo turistico si può. Si può drenare impunemente il ricco finanziamento pubblico e garantire l'affare. Ma c'è un ostacolo da superare: la trasformazione dell'assetto interno dei palazzi ridotti a contenitori. Il piano del centro storico per questi palazzi ha prescritto il mantenimento della dialettica degli spazi interni, la fisionomia dei percorsi e l'inviolabilità delle strutture. Ecco intervenire con una semplice variante il cambiamento delle destinazioni d'uso e il gioco è fatto. Il pa lazzo è ritenuto un semplice contenitore, basta conservare la esterna presentazione delle facciate. Manomettere ed alterare i palazzi nobili del centro storico accusa un'arretratezza culturale con pesanti effetti negativi dell'identità della città e della sua storia. L'agonia di questi palazzi è già cominciata da tempo. Abbandonati dai proprietari ed esposti al saccheggio hanno perduto i loro arredi e il particolare calore abitativo dei loro interni. Sono in gran parte gusci senza anima. Tuttavia essi connotano ancora una fase di civiltà siciliana che ha soprattutto tra il Sei ed il Settecento il suo svolgimento. Il piano Benevolo-Cervellati vuole recuperare quel ruolo e quell'immagine e a tal fine ha fissato criteri di inalterabilità dell'uso. Nella generale derelizione di questi edifici esiste ancora qualche palazzo che può essere interamente recuperato e offerto all'uso museale. E' accaduto per palazzo Mirto e potrebbe accadere per il palazzo Villafranca. Ma su di essi incombe il pericolo della trasform azione e della scomparsa. Il palazzo Villafranca ha tutte le caratteristiche e gli attributi che ne potrebbero fare un museo esemplare di se stesso. Possiede gli arredi e le opere d'arte e le collezioni originali. La ubicazione esatta nel centro storico, è la quinta più importante di un insieme edilizio raccordato ad altri grandi palazzi quali il Belmonte e il Geraci da recuperare e da ricostruire. Il palazzo Belmonte è già adibito a museo ma gli manca una destinazione museale definitiva. Sarebbe bene che uscisse da questa aleatorietà ed incertezza d'uso. Non è utopistico pensare che questi edifici nel loro insieme possano costituire un quartiere museale come è già avvenuto in altre città europee, quali Bruxelles, Berlino e Vienna. Questo sistema di musei dovrebbe esporre gli oggetti d'arte e di arredamento della civiltà siciliana dell'età barocca che tuttora giacciono ignorati nei depositi dei musei cittadini. Importante sarebbe anche dare vitalità a palazzi che potrebbero rinnovare in forma congrua e pertinente la loro funzione. Ne trarrebbe respiro anche il volto urbanistico della città storica. (l'autore è presidente di Italia Nostra Palermo)