Ancora una volta l'Italia è costretta a contare i morti e le distruzioni causate da un terremoto. Oggi Modena e Ferrara. Ieri l'Aquila, San Giuliano, Assisi e gli altri. Leopardiana natura crudele e matrigna? Non esattamente. Prendiamo ad esempio il nostro patrimonio storico e artistico, quello che sempre subisce i maggiori danni con un terremoto. Nel 1976 (36 anni fa!) l'allora direttore dell'Istituto centrale del restauro (Icr), Giovanni Urbani, produce un grande lavoro di ricerca condotto in collaborazione con Università italiane e straniere e con i laboratori scientifici di alcune industrie. Il "Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria". Problema affrontato? La conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all'ambiente, introducendo per la prima volta nella storia della tutela la nozione di "rischio ambientale", sismico e idrogeologico, corredando il tutto (nel 1976!) di carte tematiche, che georiferivano i monumenti al rischio. Soluzione del problema? Il passaggio dal restauro estetico caso per caso di singole opere a interventi che abbiano effetto sul patrimonio artistico nel suo insieme, visto che è solo sul piano dell'insieme e della totalità che la scienza ragiona. Né per questo si deve vedere in Urbani una figura persa nelle nebbie di un ambientalismo ideologico, tra luddismo e neomillenarismo, né un tecnocrate. Ma chi, seguendo il pensiero di Martin Heidegger sulla tecnica moderna, opera una rifondazione in senso neo-umanistico della teoria del restauro. Urbani, un intellettuale più europeo che italiano, con soggiorni formativi in Francia e la partecipazione, nel 1957, a uno degli Harvard International Seminar. Ovviamente tutto ciò appare una colpa all'occhiuta e arcaica amministrazione pubblica italiana, che subito gli si rivolta contro. Lo fa per il tramite di una testa di turco, un etruscologo dell'Università di Perugia, che nel 1976 così stronca sull'Unità il Piano dell'Umbria: "Il progetto si è rivelato di bassissimo livello culturale e largamente disinformato, un preciso attentato alle proposte avanzate dalle forze di sinistra". Parole irresponsabili, appunto da perfetta testa di turco (ma nonostante questo, per anni e anni, e fino a ieri, membro, la testa di turco, del Consiglio superiore dei beni culturali), il cui risultato è far sì che regione Umbria e ministero chiudano per sempre il "Piano" in un cassetto. Urbani però insiste. Lo fa perché uomo dello stato perfettamente consapevole di star lavorando a un progetto strategico per il paese, in particolare per le giovani generazioni, anche in termini di un'occupazione qualificata. Nel 1983 porta così a termine un nuovo lavoro di ricerca. "La conservazione preventiva del patrimonio monumentale dal rischio sismico". Lo pensa come un lavoro da diffondere nelle varie soprintendenze e nei comuni italiani, perché prendano coscienza del problema e ne vedano le soluzioni, tutte improntate alla conservazione preventiva, attraverso un'opera di manutenzione ordinaria e straordinaria. Risultato? Che una giovane ispettrice va dal suo soprintendente, gli sottolinea l'importanza dell'iniziativa e l'opportunità di ospitarla. Risposta? Il soprintendente (anch'egli per anni e anni, e fino a ieri, membro del Consiglio superiore dei beni culturali) la butta fuori dall'ufficio, urlando formule scaramantiche, toccandosi e facendo le corna. Una reazione "scientifica" evidentemente condivisa, visto che anche questo progetto di Urbani viene per sempre rinchiuso in un cassetto. Cosa ha comportato questo generale ritardo culturale di università e amministrazione della tutela rispetto alla conservazione del patrimonio storico e artistico dopo il 1983? Faccio tre esempi. Negli anni 90, lo stesso Icr di Urbani conduce un lavoro di manutenzione del restauro degli affreschi della Basilica di Assisi. Dimentichi della lezione di Urbani, all'Icr si rimuove il fatto che la Basilica è posta in una zona ad alto rischio sismico, quindi non si fa un piano di prevenzione del monumento da quel rischio. Risultato della "disattenzione"? Nel 1997 un terremoto fa cadere parte della Basilica superiore, causando quattro morti e la perdita per sempre di alcune pagine di centrale importanza per la civiltà figurativa dell'occidente. Soluzione data dall'Icr per farsi perdonare? Nel 2006 conduce un insensato restauro della zona della Basilica crollata a terra, dipinta in origine da Cimabue, restituendola in un'immagine priva di qualsiasi senso critico, storico, estetico e figurativo. Secondo esempio. Il terremoto dell'Abruzzo del 2009 danneggia gravemente tutti i centri storici dei luoghi toccati dal sisma, l'Aquila per prima. E da tre anni nessuno fa niente, lasciando monumenti, chiese, case, strade e piazze a marcire sotto pioggia, gelo, neve, vento e sole. Perché? Perché in Italia le scuole di architettura mai hanno formato persone che avessero come punto di traguardo del nuovo costruito la città storica, perciò ancor meno in grado di fare della ricostruzione delle città storiche guastate da calamità ambientali: a) un fatto compatibile con l'esistente storico per proporzione, materiali e tipologia; b) un'opportunità di ricerca per un'innovazione scientifica e tecnologica. Con i risultati sotto gli occhi di tutti. Da Gibellina, all'Irpinia, fino alla Val Nerina. Ultimo esempio. La Cappella degli Scrovegni, restaurata qualche anno fa, purtroppo ancora dall'Icr, ha la cripta che giace oggi allagata e in evidente condizione d'abbandono. Accade perché, durante quel restauro, l'Icr nulla fece per risolvere il decisivo problema conservativo delle infiltrazioni d'acqua che il monumento ha? Inoltre, quanto ha aggravato l'allagamento l'insensata costruzione, oggi in corso, lì a fianco, d'un'ennesima torre alta cento piani? Torre che nelle intenzioni del progettista, Boris Podrecca, fa da segnale agli Scrovegni, come se Enrico Scrovegni e Giotto avessero bisogno, per essere segnalati alla storia, del signor Podrecca. Soluzioni? Che qualcuno, in Italia, finalmente pratichi una politica dei beni culturali. Quella che mai, finora, nessuno (in Italia!) ha operato. A cominciare dall'elaborare Icr, università e laboratori di ricerca dell'industria un generale progetto di tutela che ponga al proprio centro la conservazione preventiva e programmata del patrimonio artistico in rapporto all'ambiente, in primis, in rapporto al rischio sismico e idrogeologico. Il che significa operare una profonda riforma concettuale dell'attuale pensiero sulla tutela, smettendo di credere che per conservare il patrimonio artistico basti attaccarsi a un corno di corallo e fare dei restauri "belli". Insomma la partita si gioca di nuovo e sempre sul ritardo culturale del settore, che nei fatti ancora oggi pare credere che, "siccome l'arte tutti sanno che cosa sia", come diceva Croce nel 1913, un secolo fa, tutti se ne possano interessare. Tutti si possano quindi interessare anche di restauro, conservazione e tutela, materie invece di straordinaria difficoltà d'approccio e complessità politecnica, oltre che di grande crudeltà di verifiche, come ben dimostra il fatto (anche a Modena e Ferrara) che i terremoti fanno cadere a pezzi tanto i monumenti manomessi dai restauri, quanto quelli, moltissimi, che da decenni non sono irresponsabilmente sottoposti a manutenzione alcuna.