Così la discarica prevista a poche centinaia di metri rischia di essere solo lultima ferita Da solo il muro con i suoi mattoni a rombi varrebbe la visita, ma il turista perde tutto il bello La Tiburtina è un serpente di spazio-spazzatura (junkspace) a una sola corsia, una zona suburbana di umanità confinata. Come unghiate sulla terra mi passano davanti le cave di quel travertino che abbellisce il "Getty Center" di Santa Monica ma qui abbrutisce il paesaggio già mangiato da case senza disegno, recinti di venditoricompratori di rottami di ferro, casermoni informi che sporcano anche la dolce linea dei colli. Qui cè anche la discarica del sogno di sviluppo dellinformatica allamatriciana che i romani chiamarono "Tiburtina Valley" e adesso è solo un altro fallimento industriale, un mondo dismesso ma attraversato da quellAniene che verso Roma diventa il feudo abusivo di Anemone e della cricca, le piscine-fantasma dei mondiali di nuoto del 2009. Sono luoghi pasoliniani ma senza la poesia di Ostia o di Mamma Roma. E va bene che siamo abituati a vedere le vestigia in mezzo al degrado, rovina delle rovine, ma almeno a Pompei ci sono i turisti mentre qui i pochissimi visitatori, se non si perdono per strada, sono come i pellegrini provati dagli enigmi, fermati dalle sfingi, deviati da una toponomastica arrangiata e bizzarra. Sembrano i giocatori di una caccia al tesoro. Poi, quando finalmente arrivo su "Piazzale Yourcenar" e trovo lingresso, quasi mi dispiace di non essere accolto dalla solita folla di questuanti, guide autorizzate e guide improvvisate, truffatori, scippatori, carrettini di panini immangiabili, venditori di souvenir e di paccottiglia dogni genere che in fondo rimandano allarcheologia del vivere. Quegli orribili mostriciattoli parassiti del sottosviluppo crescono insieme alla ricchezza, sono microrganismi e fermenti di una decomposizione sociale che è pur sempre vita, anche se andata male. Invece oggi giovedì, ore 13, su questo piazzale non cè nessuno. Solo una signora inglese, eroina dallarcheologia, che inutilmente boccheggia in cerca di un bar. Fa molto caldo ma non ci sono luoghi di ristoro, solo una fontanella. Mi sembra di essere a Morgantina dove la povera Venere patisce la solitudine della periferia dopo la folla eccessiva di Los Angeles. E con dolore rimpiango i centurioni con la scopa in testa: qui non vengono perché non cè danaro da lucrare, non ci sono i turisti da spennare. Persino la grande promozione "Villa Adriana ad un euro" nel ponte del primo maggio è stata un triste fallimento. Pago il biglietto anche se i tornelli dingresso non funzionano e dunque si può entrare gratis perché non cè controllo. Lerba comincia a seccare e a diventare gialla. Gli ulivi sono bellissimi. Per terra ci sono, altro prologo di discarica o forse epilogo, sacchetti vuoti, bottiglie di plastica, cartacce. Sono rarissimi i cestini dei rifiuti. Sotto una quercia cè posteggiata una Opel Astra, ma non è unopera darte, non sono i baffi alla Gioconda, è proprio sciatteria ma, tanto, non la vede nessuno. A Villa Adriana si sparpagliano solo le scolaresche "deportate" che sono quanto di più ostile allidea del bello da godere: Villa Adriana per loro è come il Manzoni per i ginnasiali, un dovere persino noioso. Alle 14,30 i bambini di una scuola elementare fanno picnic sotto gli ulivi. «Vuole favorire?» mi chiede la maestra. Sono allievi della Granturco di Roma, via della Palombella, a due passi da quel Pantheon che fu costruito proprio da Adriano ed è lunico edificio della Roma antica ancora in piedi dalle fondamenta al tetto. E a proposito di vanità sulla Croisette non fa male ricordare al ministro che Adriano non firmò il suo capolavoro ma vi lasciò per sempre il nome di chi lo aveva iniziato: «Agrippa fecit». La Yourcenar gli fa dire: «Ben pochi realizzano se stessi prima di morire: e ho giudicato con maggior pietà le loro opere interrotte». Allombra della quercia cè sempre lAstra. È abbandonata? È targata CL558... Avanza una signora con un cane. E vengo a sapere che gli animali sono ammessi anche se disturbano ed eccitano i randagi che qui vengono allevati e nutriti dai custodi. Al più grosso dei randagi hanno dato il nome Jack e la custode della mostra sullamore di Adriano per Antinoo mi rassicura: «Er segreto è picchialli colle mani, mai col bastone». Villa Adriana, si sa, è un posto dellanima, il trionfo della voluttà architettonica, un florilegio dei capricci edilizi di un grande imperatore: la sala del banchetto, la piscina, il teatro marittimo, la piazza doro, il pecile, il canopo, le terme, la biblioteca. E mi viene il pensiero semiserio che tra altri duemila anni anche la villa di Berlusconi in Sardegna sarà visitata da una signora dellOregon con la tuta a fiori alla ricerca della sala del bunga bunga o delle cucine ipogee del cuoco Michele, o ancora dellapprodo sotterraneo, un mondo di voluttà più per Trimalcione che per Adriano, più il Satyricon di Petronio che il romanzo della Yourcenar. Villa Adriana non è una città in forma di palazzo e non è nemmeno un palazzo, forse è un edificio destrutturato, tante stanze slegate tra di loro che Adriano teneva in piedi per la memoria: appunto le stanze delle memorie di Adriano. Da solo il muro, con i suoi mattoni a rombi, varrebbe la visita purché qualcun spiegasse che era la misura della passeggiata. Per Adriano quei duecento metri erano lo spazio e il tempo giusti della filosofia peripatetica, dialoghi in cammino, il pensiero occidentale in cinque minuti. Le Corbusier ne fece uno schizzo magnifico: lo considerava il prototipo di tutti i muri. Ebbene, il visitatore non capisce nulla di tutto questo. Le acque della piscina sono sporche e limacciose e non fanno certo pensare al rifornimento di pesce durante i banchetti. Brutte grate dalluminio circondano il lago dove si organizzavano giochi di guerra navali. I pochi cartelli parlano di geometrie e non accendono mai la fantasia. Non cè niente che indichi che da lì passavano le carrozze e si fermavano ai piedi di quelle scale. Nessuno può accorgersi che ci sono affreschi ancora stuccati, le grottesche che nel Colosseo e nella villa di Nerone sparirono alla fine del cinquecento. Tornando a casa il visitatore si sente sperduto e anche io mi sento perduto. Mi sembra di aver fatto una passeggiata in campagna. È stato come visitare un bosco. Larchitettura non parla, viene riassorbita dalla natura e diventa una massa informe come la Tiburtina, come i paesi e i quartieri che percorro allincontrario e finalmente capisco che cosa mi ricordano: le strade di Favara e di Corleone. Si accendono le luci della sera e la Tiburtina si popola di prostitute e travestiti. LAdriano della Yourcenar diceva: «Io sono il custode della bellezza del mondo». Ci facciano o no la discarica, chiunque abbia visitato Villa Adriana, quando va via si sente discaricato.