Ormai che le carte sembrano difficilmente mescolabili, c'è forse spazio per qualche considerazione sulla devastazione dei Girolamini. Lasciamo da parte l'indagine (che sta nelle ottime mani del procuratore Giovanni Melillo, dei sostituti Antonella Serio e Michele Fini, e dei Carabinieri del Nucleo di Tutela). Sarà il suo svolgersi, e saranno i processi che ne dovessero sortire, ad assegnare precise responsabilità penali. Ma di quelle morali è forse il tempo di cominciare a discutere, e di farlo pubblicamente. Per sapere chi fosse Marino Massimo De Caro bastava andare sul web per qualche minuto. Dal curriculum caricato sul sito del Mibac appariva chiarissimo sia che non si era mai laureato, sia che il suo profilo sconsigliasse (per usare un eufemismo) di assegnargli la guida di una simile istituzione. È vero che non risultava mai condannato (e 'solo' indagato o sospettato) per furto e ricettazione di libri e manoscritti. Ma come ha ben detto Pier Camillo Davigo se la Giustizia è una virtù cardinale, lo è anche la Prudenza: virtù necessarissima a chi governa la cosa pubblica, e i beni dello Stato. E non si mette un sospetto piromane a capo della Forestale. Questa gravissima omissione di controllo e tutela pesa innanzitutto sulla dirigenza del Mibac, che deve a Napoli e all'Italia molte spiegazioni. Ma nemmeno la città è esente da responsabilità. Sorvoliamo sulla difesa d'ufficio (francamente imbarazzante, a rileggerla oggi) della senatrice Diana De Feo (che vagheggiò un De Caro amorevolmente chino sui libri malati!), o sulle interviste a dir poco compiacenti offerte all'allora direttore della Biblioteca: queste, almeno, hanno una chiara leggibilità politica. Ma com'è possibile che tanti illustri intellettuali abbiano frequentato (anche da oratori) gli 'eventi' promossi da padre Sandro Marsano senza notare qualcosa di strano, senza fare la minima verifica, senza trovare per esempio gravissima la farsa delle cosiddette ossa del povero Giovan Battista Vico? E anche dopo la denuncia, non pochi hanno avuto il coraggio di sussurrare in privato che non vedevano alcuna notizia: «ai Girolamini si è rubato da sempre, sai che novità!» Un vento di indolenza e rassegnazione, perfino vagamente infastidito dal fatto che qualcuno si mettesse ad alzare la voce per l'ennesima denuncia. Nei giorni caldi della polemica, si sarebbero udite volentieri le voci della Curia (che aveva certo tutti i mezzi per sapere, se non altro, cosa succedeva in quel convento), del Comune, delle varie Soprintendenze, biblioteche, musei etc. E, soprattutto, quella delle numerose università che siedono a Napoli. Per non parlare dei molti padri della patria che, dopo aver distrutto l'università, sono passati a pontificare altrove. Perfino al decisivo appello scritto e promosso da Francesco Caglioti sono mancate alcune firme importanti: tanto che la generosa presa di posizione dell'assessore Alberto Lucarelli e del professor Mario Rusciano appaiono oggi particolarmente lodevoli. Quando una interrogazione (fatta dai senatori appartenenti all'associazione politica del Buongoverno, di cui De Caro è segretario organizzativo, Dell'Utri presidente onorario e il già sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari presidente) ha chiesto al ministro dell'Università se «quanto posto in essere dai professori Montanari e Caglioti si riconduca allo svolgimento delle normali attività accademiche loro imposte dalla legge e se - soprattutto - non rischi di gettare discredito sulle istituzioni accademiche»: ebbene avrei francamente apprezzato una presa di posizione dell'università. Non già in nostra difesa, ma a tutela della libertà e della funzione costituzionale delle università. Più che dalle istituzioni (sclerotizzate, distratte: non di rado vili) l'appoggio immediato alla denuncia è venuto dall'avvocato Gerardo Marotta, e dai suoi giovani intellettuali, e da Mirella Barracco e Napoli Novantanove. Sono state queste autorevoli e libere presenze napoletane a conquistare le firme illustri degli intellettuali di tutta Italia, e quindi quelle di migliaia di cittadini comuni. Ora bisognerà che la società napoletana, a partire da quella intellettuale e accademica, continui a vegliare sui Girolamini: la cui resurrezione (per quanto possibile: e non è detto che lo sia) dipenderà dalla sua trasformazione definitiva in una biblioteca non solo a proprietà, ma a gestione, pubblica. La vera partita inizia dunque ora, e ci aspettano mesi ed anni assai impegnativi. La morale più importante di questa storia mi pare, tuttavia, quella che parla agli studenti: a tutti gli studenti napoletani di materie umanistiche. La vostra, cari studenti, non è una scelta di disimpegno, o di fuga, dalla vita reale e dalla dimensione civile. Se la vostra competenza si accompagnerà alla sollecitudine per il bene comune, potrete trasformare davvero la vostra città. Basta volerlo fare, e come si vede i risultati non tardano ad arrivare. E nella lotta alla criminalità, alla corruzione, all'illegalità diffusa e alla complice rassegnazione le biblioteche sono forse più utili e importanti dei tribunali.