La decisione di palazzo Chigi, leggendo la nota ufficiale, non è «pro» o «contro» la scelta di Corcolle: va molto tecnicamente al cuore del problema. Cioè evitare che la questione dei rifiuti a Roma diventi un'emergenza. L'appoggio alla scelta del prefetto Giuseppe Pecoraro mette da parte volutamente qualsiasi accenno alle polemiche dei giorni scorsi e indica la via da seguire: «evitare inquinamenti di falde acquifere nel territorio di Corcolle». La presidenza del Consiglio cita anche «due pareri dell'Avvocatura generale dello Stato e uno del dipartimento Affari Giuridici e Legislativi della presidenza del Consiglio, tutti favorevoli sul piano giuridico all'operato del commissario». Dal punto di vista tecnico-amministrativo non c'è insomma nulla da eccepire. Dovrà essere «depositato solo materiale già trattato». Ma colpisce e indubbiamente sconcerta che la decisione di palazzo Chigi non tenga conto della eccezionale vicinanza dell'area con villa Adriana. Di una necessità di tutela che deriva addirittura da un articolo della Costituzione. Delle centinaia e centinaia di firme di studiosi italiani e internazionali che hanno chiesto a viva voce un ripensamento. Delle proteste di innumerevoli associazioni culturali e ambientaliste, disperate alla sola prospettiva che proprio Corcolle possa diventare una sorta di Malagrotta-bis. La prospettiva (sicura) è che Corcolle possa diventare l'ennesimo bersaglio delle tante critiche internazionali rivolte al nostro Paese. Se sapessimo, per esempio, che la Francia stesse progettando qualcosa del genere nei pressi di Mont Saint-Michel o che la Gran Bretagna avesse un progetto di discarica nei pressi delle Scogliere di Dover, ci interrogheremmo sullo stato di salute mentale dei governanti e degli amministratori francesi e britannici. Vista con occhi non italiani, una discarica vicina a Villa Adriana, accanto al Castello di Corcolle, nell'area di un acquedotto civile, è una prospettiva a dir poco insensata. Ma la realtà italiana, specialmente romana, sfugge a ogni regola. A ogni sicurezza. A ogni calcolo sul patrimonio, in questo caso. Inevitabilmente accadrà ciò che già sta succedendo in altri campi della vita politico-amministrativa di questa città: un diluvio, una grandinata di ricorsi al Tribunale amministrativo regionale, di denunce alla magistratura. E così l'esigenza di far presto, di evitare che si possa creare un'ennesima emergenza, potrebbe soffocare in un gomitolo giuridico dall'esito incerto. Detto questo, nessuno nega che Roma debba uscire da un imminente situazione «napoletana» prima che sia troppo tardi. E facile suggerire richiami al buonsenso. Ma stavolta è inevitabile. E fa davvero riflettere che una Regione estesa e variegata non riesca ad esprimere altra area possibile per la collocazione dei rifiuti trattati di un appezzamento compreso tra uno degli insediamenti archeologici più importanti del mondo classico.
ROMA - IL PATRIMONIO SFREGIATO
La decisione del governo di non opporsi alla scelta del prefetto Pecoraro di trasferire i rifiuti trattati a Corcolle, vicino a Villa Adriana, è stata vista come una mossa tecnica per evitare un'inquinamento delle falde acquifere. La decisione è stata sostenuta da pareri dell'Avvocatura generale dello Stato e del dipartimento Affari Giuridici e Legislativi della presidenza del Consiglio. Tuttavia, la decisione è stata criticata per non tenere conto della vicinanza dell'area con il sito archeologico di Villa Adriana e per la potenziale reazione internazionale. Le associazioni culturali e ambientaliste hanno espresso disperazione e criticato la decisione.
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