Un premio del 100 per chi demolisce edifici fatiscenti in aree degradate Se ne riparla sempre dopo. Ancora una volta, come dopo ogni terremoto, per un brevissimo lasso di tempo ci ricordiamo che Catania, così come la Sicilia Orientale, è terra ad alto rischio sismico. Per un breve periodo siamo costretti a prendere atto della grande rimozione collettiva della nostra comunità, quella che ci fa dimenticare che nel 1693, un terremoto stimato pari a 7 - 7,2 gradi della scala Rickert, distrusse la città uccidendo 18.000 abitanti, la metà della popolazione di allora. Ce lo ricordiamo per dimenticarlo subito dopo per non quantificare il rischio per l'attuale popolazione di 300.000 abitanti che, di mattina, si moltiplica per effetto delle migliaia di persone che vengono a lavorare a Catania dai comuni limitrofi. Anche questa volta il pensiero va al patrimonio edilizio di città in cui solo il 10 degli immobili è stato costruito con criteri antisismici perché Catania è stata dichiarata zona sismica, con gli obblighi di legge che ne derivano, soltanto nel 1981 a causa della criminale opposizione dei politici locali che, infischiandosene delle vite umane, lottarono per salvaguardare gli interessi degli speculatori ed evitare l'introduzione di norme che avrebbero alzato il costo delle costruzioni. Non a caso il patrimonio più a rischio è quello dei palazzi in cemento armato costruiti negli anni del grande boom, tra il Cinquanta e il Settanta, con materiali e criteri ad alto rischio. Il paradosso è che a Catania non si fa prevenzione sebbene sia la città più studiata sul fronte del rischio sismico, proprio perché considerata una delle più esposte in campo europeo insieme a Lisbona e all'area di Reggio Calabria. Esiste una «zonizzazione» del rischio, cioè una mappa che, per tutte le aree di città, descrive il tipo di suolo e il suo comportamento in caso di onda sismica. Esiste ma non è resa nota per non alterare i valori immobiliari di alcune zone di città. Esiste, come per tutti i Comuni del centro sud, l'elenco del tasso di rischio di tutti gli edifici pubblici e privati di rilevanza collettiva, a partire dai palazzi delle istituzioni da cui dovrebbero partire i soccorsi e dove dovrebbero riparare gli sfollati (questura, prefettura, Comune, vigili del fuoco, ospedali, scuole). Un elenco tanto minuzioso che specifica il rischio in base alla tipologia della costruzione (in muratura o in cemento armato) e in base al grado (alto, medio, basso). Non solo. Nel giugno del 2010 il Comune ospitò, nell'ambito degli Stati generali voluti dal sindaco Stancanelli, una sezione dedicata al rischio sismico nel corso della quale vennero avanzate numerose proposte: creare grandi spazi liberi in tutto il tessuto urbano come centri di raccolta in caso di terremoto; mettere in sicurezza gli edifici strategici e le scuole; verificare i cornicioni e gli aggetti che, in caso di scossa, cedono con gravi danni per i passanti; realizzare le «vie d'accesso», non di fuga, perché in caso di sisma non bisogna prendere l'auto e fuggire, ma attendere i soccorsi che arrivano da fuori. E, proprio per questo, è necessario mettere in sicurezza il porto e aprirlo, rimuovendo le recinzioni ed evitandone la cementificazione così come alla Plaia dove, nel maremoto seguito al sisma di Messina del 1908, il mare penetrò per oltre 700 metri di profondità Allora si suggerì di avviare un grande progetto di messa in sicurezza degli immobili anche attraverso fondi europei ricordando che dei 4.600 miliari di lire messi a disposizione dall'Ue dopo il terremoto del 1990 ne sono stati spesi solo 3.900. Peggio. I mille miliardi di lire dati dallo Stato per interventi di prevenzione - ed era la prima volta che accadeva in Italia - con la scusa di aprire «vie di fuga» sono stati usati per obiettivi impropri realizzando rotatorie e parcheggi scambiatori. Di tutto questo cosa è stato accolto nel redigendo piano regolatore? La progettista arch. Rosanna Pelleriti spiega che, nelle aree dal tessuto urbano più degradato, a Cibali come a Picanello, è stata prevista - nell'ambito di un intero comparto - la rottamazione dei vecchi edifici prevedendo, per incentivare i privati, un premio di riedificazione pari al 100, e non del 30 come prevedeva il «piano casa regionale» clamorosamente fallito. Il consulente economico del piano, prof. Stanghellini, ha dimostrato che, solo a queste condizioni, il privato è motivato a demolire e ricostruire secondo le prescrizioni del piano volte al ridisegno urbano della zona, dunque prevedendo aree libere e strade più ampie, a vantaggio della mobilità e della sicurezza, anche in caso di sisma. Una previsione che potrebbe essere da stimolo alla ripresa dell'edilizia e, dunque, dell'economia di città. Non solo. Per la nuova edificazione è prescritto come obbligatorio il rispetto di criteri di bioedilizia e l'uso dei dissipatori sismici, sorta di giunti in resine speciali che si mettono tra il piano cantinato e il piano terra e che, con un intervento poco costoso, rendono l'edificio più elastico e, dunque, più resistente alle onde sismiche. Un sistema che, utilizzato in Giappone, ha salvato milioni di vite umane e che adesso si usa negli edifici pubblici, come per esempio all'ospedale San Marco. E se, per gli edifici storici sono possibili vari accorgimenti per la messa in sicurezza, per quelli in cemento armato costruiti negli anni del boom non c'è nulla da fare: il costo sarebbe talmente alto da essere preferibile la demolizione e la ricostruzione. 23052012