inviato a Finale Emilia (Mo) La strada che porta al terremoto si chiama via Rotta, meta di un pellegrinaggio funesto come le nuvole nere che mantengono per ore una promessa di pioggia annunciata. È un assedio della natura, c'è da combattere con il cielo impietoso e con la terra arrabbiata che continua a scaricare inquietudine sotto forma di sciame sismico: centosettanta scosse di assestamento in due giorni e non finiranno presto. Arrivando da Bologna, il tergicristallo restituisce a singhiozzo le immagini ordinate della campagna verde, campi generosi e capannoni operosi. A pochi chilometri da Finale la pianura mostra le prime ferite di una regione che fino al 2003 non era a rischio sismico: cumuli di calcinacci regolarmente transennati. L'atmosfera della periferia è quasi normale, a parte le saracinesche abbassate di bar e negozi. Poi si arriva in centro e la catastrofe si annuncia nei consueti simboli: i carabinieri che presidiano le zone rosse, gli sfollati che si aggirano in pigiama e scarpe di fortuna, la coda davanti alla tenda dei Vigili del fuoco. Le troupe televisive e gli schermi che rimandano le cifre della disgrazia: sette morti in tutto, cinquemila evacuati, danni incalcolabili. Punto di ritrovo "il bar dei cinesi", il primo a riaprire per rifocillare gli sfollati. Il simbolo di questo terremoto è la Torre dell'Orologio. Sta lì dal 1213: prima si è spaccata a metà, poi è venuta giù tutta. Un crollo in due tempi, le pietre - anche se sono vecchie di secoli - sono testarde. E infatti la gente non ci crede. All'ora di pranzo Irene sta nella tendopoli del campo sportivo, tra carrozzine di bimbi minuscoli e carrozzelle di anziani malati. Ha dormito in macchina con il marito e la figlia, è stanca morta. Ma non ci vuol credere che la Torre sia davvero crollata. "Mi sembra impossibile. In questo disastro è una cosa che mi addolora tantissimo perché era il punto di riferimento della comunità". E anche una bussola alta 32 metri, utile per orientarsi in un orizzonte piatto che conosce solo spianate. Antonia Pasqua Recchia, il segretario generale del Ministero per i Beni e le attività culturali spiega che forse c'è una speranza. "Si può immaginare un'operazione molto complessa ma realistica. Numerare le pietre e rialzare la torre per anastilosi", parola complicata che vuol dire "ricostruire con i materiali originari". L'altra gloria della cittadina è il Castello delle Rocche, duecento anni più giovane della Torre, data di nascita 1404. Si chiama anche estense perché fu voluto da Niccolò III d'Este. Il Mastio, la torre fortificata che un tempo era il rifugio più sicuro in caso di attacco, è perduto. In una breve tregua soleggiata al pomeriggio, le famiglie di Finale fanno il tour delle perdite. Nei pressi del Castello due coniugi di mezza età si tengono per mano e scuotono la testa. L'incubo dell'Aquila non è mai stato così vicino, "ma questo qui non è in televisione". Sul sito del Comune è on line un'orgogliosa rassegna di monumenti locali, dove s'informa che "la Residenza Municipale è l'edificio più pregevole di piazza Verdi": edificato nel 1744, si è sbriciolato in diretta televisiva durante una delle scosse di domenica. Adesso è pieno di squarci che lo mettono a nudo e mostrano un lampadario a penzoloni nel vuoto. La conta delle offese agli edifici storici è ancora approssimativa: danni al campanile del cimitero monumentale, alle chiese di San Bartolomeo, del Rosario, dell'Annunciata (XVI e XVII secolo), giù il timpano e le navate interne del Duomo. A Buoncompra, una frazione di Finale, mezza facciata della chiesa si è ribaltata sulla piazza. A Crevalcore la croce della Chiesa è scesa giù dal Campanile ed è mestamente posata a terra. Una piccola buona notizia: la pala tardo cinquecentesca del Guercino nella chiesa del Seminario a Finale si è salvata. Qualche chilometro più in là c'è Sant'Agostino e il panorama non cambia. Nastri di cellophane che delimitano i guasti e carabinieri di scorta alla Storia pericolante. La Chiesa di san Carlo è in frantumi, ma la pala d'altare è stata recuperata dai vigili del fuoco con un'operazione spettacolare. La strada corre e arriva a San Felice sul Panaro (ma qui per tutti è San Flis, in dialetto). C'è un'altra Rocca gravemente danneggiata. Perché non si può fare spallucce? Il maniero fu stato fondato nel X secolo per difendere la regione dagli Ungari e qui nel 1511 si rifugiò Giulio II (il papa-mecenate ammirato da Machiavelli) quando stava per essere catturato dai francesi. La lista è lunghissima e nella polvere di questo violento capriccio della terra altri mille frammenti di passato rischiano di non avere futuro: sono i famosi "beni culturali", cui evidentemente bisogna volere più bene.
I TESORI PERDUTI. UN VIAGGIO TRA LE ROVINE EMILIANE
Il terremoto che ha colpito la città di Finale Emilia ha causato danni significativi alle strutture storiche e ai monumenti della città. La Torre dell'Orologio, costruita nel 1213, è stata completamente distrutta, mentre il Castello delle Rocche, costruito nel 1404, ha subito danni gravi. Altre strutture storiche, come la chiesa di San Carlo e la chiesa del Seminario, sono state danneggiate. La lista dei danni è lunga e include anche "beni culturali" che rischiano di non avere futuro. La città è stata evacuata e le famiglie sono state trasferite in campi di fortuna. Il governo ha annunciato un piano per ricostruire la Torre dell'Orologio con materiali originali.
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