Contesi tra Pergola e Ancona sono l'unico esempio di statue romane in metallo di epoca repubblicana superstiti Con quella faccia un po' così, impassibili, loro stanno a guardare. Incerto il cumulo di pensieri che si aggira dentro quelle teste vuote. Pensieri non belli, si dirà. O non-pensieri, sosterranno i più saggi, in quanto pensati appunto da delle teste vuote. Ma poiché attribuiamo sempre al passato, come alla leggenda, un senso più alto, o forse più profondo, e quindi un intendimento più nobile di quello a noi presente, ci si può anche chiedere quale sia l'opinione che si sono fatta queste due teste (ché le altre due non sono più ricostruibili, e ci mancherebbe che ancora sapessero pensare!) di questi loro lontanissimi discendenti. Dei quali forse qualche maligno potrà dire che almeno ne hanno ereditato la testa vuota. Ma questo è il retropensiero dei maligni, dei soliti che sanno solo ripetere che è da idioti contendersi un manufatto in fin dei conti neanche tanto raffinato. Non è sufficiente ripetere ai maligni che i Bronzi Dorati sono l'unico esempio che ci resta di statue romane di epoca repubblicana di bronzo dorato, superstiti al diluvio del tempo e della storia. Uffa, che barba, ripetono: quante storie, per statue di manifattura incerta, come il nome, tuttora oscuro e dibattuto, di coloro che i bronzi rappresentano. Manifattura forse addirittura locale. Manifattura di un'officina di fusione, in questa che i Romani chiamavano Regio VI Umbria, di cui presso Sentinum, l'antenata di Sassoferrato, sono stati ritrovati reperti di strutture, utensili, materiale, e di scarti. Ma perché, e da chi siano stati accartocciati con violenza e poi sepolti dove vennero ritrovati dopo l'ultima guerra da due contadini nel campo della frazione Cartoceto di Pergola che stavano lavorando, questo non lo sappiamo, né loro, le statue (gli unici a saperlo), ce lo diranno. La saggezza del canonico Vernarecci da Fossombrone, e di Nereo Alfieri, che nel '46 era ispettore della Soprintendenza, li preservò dal saccheggio. E dobbiamo a lui, a Vernarecci, a quei due contadini che ne restarono stupefatti, se oggi ci possiamo permettere il lusso di dibattere dove collocarli. Le pagine di storia ci raccontano che i brandelli di metallo dorato erano in uno stato assai poco decente, pur ripuliti dalla malta argillosa che li aveva custoditi per quasi due millenni. E fu un intenditore, perché scultore egli stesso, Bruno Bearzi, ad assumersi l'onere di ricomporli. Come per un puzzle molto complicato, andava restituita la conformazione che gli antichi fonditori avevano ideato per rappresentare due baldi uomini a cavallo e le matrone non giovani, dignitose, severe, compostissime come prevedeva per loro il "mos maiorum"; soprattutto i due cavalli, orgogliosi e riccamente bardati. Cosa successe dopo il restauro, completato a Firenze, lo sanno ormai tutti: furono consegnati a Palazzo Ferretti, cioè al Museo Archeologico Nazionale, da cui il terremoto del '72 ne consigliò il trasferimento di nuovo a Firenze. La provvidenza disegnava per loro un nuovo restauro, che aggiungesse qualche brano incerto alla ricostruzione del gruppo. In breve: tornati ad Ancona nell'88, furono prestati a Pergola per una mostra temporanea che si concluse... a sassate. Quando Delia Lollini, mitissima ma determinata soprintendente archeologa, spazientita dai dinieghi andò personalmente a riprenderseli, fu presa a sputi e insulti, e allontanata come una usurpatrice. Avversi schieramenti politici allora si allearono all'ombra di un campanilismo che di cultura aveva un vago accenno. Era il 2001 quando il nuovo soprintendente Giuliano de Marinis fece fare una copia assolutamente identica del gruppo di sculture (oltre a una ricostruzione fedele all'ipotetico originale, con tutta la doratura di cui doveva risplendere appena uscita dalla fonderia, che troneggia sui tetti di Palazzo Ferretti affacciati sul porto di Ancona). Parola di ministero dei Beni Culturali: nella teca climatizzata di Ancona i Bronzi sarebbero stati per sei mesi; e intanto Pergola avrebbe esposto le copie. Dopo sei mesi, lo scambio: gli originali sarebbero andati a Pergola, visto che intanto qui avevano installato anche loro un teca che li conservasse adeguatamente nel loro museo di città. Le battute recenti sono più note: Vittorio Sgarbi, nel 2008 sottosegretario ai Beni Culturali, firmò il decreto che ne stabiliva la sede solo a Pergola. Ancona fece ricorso. A novembre dello scorso anno il Consiglio di Stato ripristina il pendolarismo, annullando l'atto di Sgarbi. Il resto è cronaca: come le cappellate di euro che Pergola protesta di avere speso per tenersi e onorare i Bronzi Dorati che proclama suoi, come il parere del Comitato tecnico-scientifico che la settimana scorsa ha destinato i Bronzi ad Ancona, come i botta e risposta di lontano tra i sindaci delle due città, politici e amministratori, cittadini qualunque e superesperti. E Sgarbi continua a tuonare. Vi annoiamo? Scusate, nel racconto, ci eravamo dimenticati di quello sguardo un po' così dei due signori di bronzo superstiti che fissano il vuoto perplessi. Nella teca del museo di Pergola giunge attutito l'eco delle proteste di chi li rivendica e se li vuol tenere. Ma certo questa estate assisteranno a un più affollato pellegrinaggio incuriosito cui la stampa ha fatto da volano. E solo il bronzo di cui sono fatti impedirà a quelle facce dorate un sorriso austero di scherno e di soddisfazione.
Bronzi di Pergola. Con quella faccia un po' così
I Bronzi Dorati sono due statue romane in metallo di epoca repubblicana che si trovano a Pergola. Sono gli unici esempi di statue romane in metallo di epoca repubblicana superstiti. Le statue sono state restaurate e ricostruite più volte, e sono ora esposte nel Museo Archeologico Nazionale di Pergola. Tuttavia, ci sono stati scontri e proteste tra i due comuni, Ancona e Pergola, per decidere chi possieda le statue. Il Consiglio di Stato ha annullato il decreto del 2008 che stabiliva la sede delle statue a Pergola, e ora le statue sono di nuovo esposte al Museo Archeologico Nazionale di Ancona.
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